domenica 26 aprile 2020

Tipi da Zwift

Eccomi qui, dopo quasi 6 settimane di pedalate sui rulli, a scrivere di gare virtuali. Avrei dovuto essere nel pieno del GT Mediofondo e a un mese dal debutto ultraciclistico della Romagna Ultra Race. Invece ho approfittato della settimana "di scarico" del mio programma di allenamento stravolto per fare delle gare su Zwift... 
Ora, per chi non lo sapesse, il mondo di Zwift è composto, più o meno, da cinque categorie di ciclisti:
  1. Gli Zwifters duri e puri: hanno rulli che costano più delle loro biciclette, un sistema di ventilatori ottimizzato, connessioni internet paragonabili a quelle del Pentagono e una collezione di chiavette Ant+. Usano Zwift da quando in tutta Watopia c'erano 9,8km di strade percorribili e guardano con malcelato disprezzo gli appartenenti alle altre 4 categorie.
  2. Quelli che non mollano: prima della quarantena per loro i rulli erano creature mitologiche provenienti da dimensioni  parallele, o al massimo strumenti demoniaci che corrompevano Il Vero Ciclismo. Ai tempi del Covid sono venuti a patti con la coscienza, si sono accaparrati dei trainer smart a prezzi stratosferici e adesso zwiftano tutti i giorni, più volte al giorno, perché NON POSSONO MOLLARE, loro. Fanno almeno 5 gare a settimana, iscrivendosi casualmente alle categorie, dato che gli unici Watt di cui hanno sentito parlare sono quelli del microonde. Dal 15 marzo sono in overtraining, ma proprio per questo hanno rivalutato il ciclismo indoor, di cui ormai sono grandi fan. Perché Il Vero Ciclismo è Sofferenza, in fondo, no? 
  3. I Pro: categoria a parte, tra i pochi ad avere valori w/kg realistici. Se la ridono di tutti gli altri, si divertono e sono felici, perché tanto con tutti i km che hanno fatto in carriera hanno endorfine almeno per 3 o 4 anni.
  4. Quelli che barano: categoria diffusissima, e caratterizzata da ampia variabilità. Il rappresentante medio comunque è sulla cinquantina, alto un metro e settantacinque per 80 kg, con faccia porcina e capello unticcio. Il suo avatar invece è un incrocio tra il Brad Pitt dei tempi migliori e Tom Doumulin, ma con una decina di kg in meno. Il giretto di scarico lo fanno a 7 w/kg, disdegnano il cardiofrequenzimetro e per rullo smart intendono un rullo integrato con un decespugliatore. Battono regolarmente i pro, talvolta pedalando con una gamba sola, mentre mangiano le lasagne di zia Carmela. Se in chat gli nomini Zwiftpower spariscono, come per magia.
  5. I fissati: passano intere giornate a bilanciare le tabelle del nutrizionista sulla base della nuova routine del lockdown, a chattare col preparatore per adattare le schede di allenamento e a compulsare Training Peaks. Da settimane usano Zwift solo per allenarsi, perché hanno fatto una gara a inizio quarantena e le hanno prese da tutti, anche da quelli che non mollano (che ancora non erano in overtraining). La botta psicologica è stata forte, ma dopo qualche giorno di ascetismo mistico a 400 kcal/die hanno accettato questo mondo ingiusto, popolato da esseri indegni come quelli della categoria 4, e hanno trovato un precario equilibrio tra depressione, sconforto e disturbi ossessivi.
Ecco, io sono decisamente molto vicino alla categoria 5. Dalla depressione mi salvano solo gli anni di psicoterapia pregressi e il fatto che ne ho già prese tante, ma tante, nelle gare vere, che ormai non mi stupisco più di niente. Così qualche garetta l'ho fatta: ecco com'è andata.

Team Italy Specialissima Race
Gara di livello toppissimo, 37 km e mezzo con decine di pro, mazzi di under 23 e camionate di gente che bara. Mi iscrivo nella categoria A, anche se potrei correre nella B, perché la dignità non fa per me. In griglia ci sono Ciccone, Caruso, Bettiol, Colbrelli, gente tranquilla, insomma. C'è anche Alan Marangoni, e il tutto va in diretta sul canale di GCN Italia. Forse la diretta più divertente di sempre, sul celebre canale dedicato al ciclismo. Parto e do veramente tutto, anche se non sono proprio al massimo della forma. Chiudo 215°, a poco più di 6 minuti da Scaroni, primo dei pro. Non male, dai, quasi quasi provo una gara più lunga nel weekend, mi dico.

Zzcqualcosa, insomma, una gara polacca
Scelgo attentamente su Companion una gara lunga, con tanta salita e pochi iscritti. Il nome è impronunciabile, ed è l'ultima prova di una corsa a tappe di un cycling club polacco. 111km, 1685m di dislivello, sul percorso del Mega Pretzel. Il giorno della gara gli iscritti sono schizzati a quasi 600, con una ventina di pro tra cui un certo Warren Barguil. Bene, dai. Scendo in griglia comunque molto carico, pronto a godermi 3 ore e mezza di sgroppata. Pronti via, mi piazzo intorno alla 200a posizione, e dal 40° km inizio una lenta rimonta. Jungle, Epic Kom, Volcano, Hilly Kom, Jungle di nuovo: le gambe vanno proprio bene e salendo la seconda volta verso l'Epic Kom mi trovo intorno alla 155a posizione. Scollino con un ottimo gruppetto e... E niente, il Bluetooth mi fa ciao ciao e perdo il segnale dei rulli, che non si riconnettono finché non riavvio l'app. Gara finita. Dopo 99 km su 111. Mi consolo pensando che 2 ore e 56 minuti a 245 W medi ponderati non sono affatto male per uno che ha impostato il peso reale di 68 kg... Quelli del mio gruppetto arrivano a poco meno di mezz'ora dal primo, che è proprio Barguil. 

Crit Race del tutto casuale
20 minuti dopo il ritiro alla gara polacca, in uno stato di trance agonistica inarrestabile, sono al via della prima gara che trovo, un circuito tipo a Londra, o forse a Richmond. Parto a tutta, sto a metà classifica con le gambe che urlano disperate e al decimo km perdo di nuovo il segnale dei rulli. Mi sa che c'è da aggiungere una sesta categoria a quelle sopra: quelli che proprio non ce la fanno.

Nota divertente: anche Silvia ha fatto una gara, per la prima volta. Categoria sole donne, over 68 kg: al via metà degli avatar aveva la barba e tre su quattro un BMI da ricovero per malnutrizione. Su 63 iscritti solo due risultano nelle classifiche ufficiali di Zwiftpower. Ovviamente Silvia vince. Dando 25 muniti alla seconda. C'è chi ce la fa, e chi no...

sabato 11 aprile 2020

Un mese di rulli

Eccoci qua, a un mese o poco più dall'inizio dell'incubo che ha sconvolto le vite di tutti e portato via le vite di tanti.
Non è facile parlare di una cosa tutto sommato futile come lo sport, in questi momenti, ma credo sia importante continuare a farlo, perché se stiamo combattendo, se stiamo resistendo, è per poter tornare al più presto alla nostra vita di sempre, alla nostra routine e alle nostre passioni. Dimenticarsi di ciò che amiamo significa arrendersi al virus.
Ma bando alle ciance, in questo post veloce voglio essere un po' meno riflessivo e melenso dell'ultima volta, quindi vi racconto semplicemente cosa ho fatto in questi 34 giorni di rulli, premesso che oltre alla bici ho puntato l'attenzione anche su Yoga e palestra.
Con oggi, dal 9 marzo, sono a 1653,7 km indoor, tra rulli standard (le prime due settimane) e smart, per un totale di circa 63 ore in sella. Da quando ho avuto la possibilità di utilizzare Zwift ho sempre pedalato tra Watopia e gli altri mondi disponibili grazie all'app: ero molto curioso di scoprire il suo funzionamento e trovo che la commistione di training e videogame sia, per dirla chiaramente, una gran figata. Adesso sono a livello 15, ho conquistato quasi metà dei badge disponibili e mi sono già "comprato" (nel drop shop, una sorta di negozio virtuale che permette di pagare con le "gocce di sudore" accumulate) una bella bici da salita, delle ruote superleggere e delle tamarrissime ruotazze da pianura. Ci sono anche le gare, su Zwift, e non ho resistito alla tentazione: ho corso una crono da 17 km, sfruttando l'evento per fare un test FTP e piazzandomi sedicesimo su una sessantina di parenti, a 4,1 W/kg. Non male. 
Quanto alle tabelle di allenamento, le ho profondamente riviste in modo da diminuire le ore per seduta; nel mio caso, outdoor, sarebbero state davvero tante. Di conseguenza ho pedalato poco, ma tutti i giorni, a volte anche in più sedute brevi: su strada, in questo periodo, avrei dovuto fare uscite da 10-12 ore, coi rulli non sono mai andato oltre le 5 ore. È strano allenarsi in questo modo, ma è sempre meglio andarci piano, indoor. Certo, la cosa più strana è accontentarsi di un badge virtuale per aver pedalato 100 miglia davanti a un ventilatore, quando sei abituato a partire all'alba con l'obiettivo di vedere il tramonto... Ma è questo quello che posso fare ora, e di certo non mi lamento. Una cosa è sicura, però: la prima uscita, dopo la lunga quarantena, sarà meravigliosa. 

venerdì 3 aprile 2020

Arrivederci RUR

Già in tenera età manifestavo alla grande la tendenza ossessiva che mi contraddistingue ancora oggi: non giocavo a calcio ma cercavo, in solitudine, di stabilire il record di palleggi contro il muro. Non giravo in bici per il paese ma preferivo contare il numero di giri percorsi su un circuito tutto mio, tra un albero e un tombino, girando intorno al garage o costeggiando una staccionata. Stilavo statistiche sulle specie di uccelli avvistati in giardino,  ed annotavo su un vecchio quaderno il numero di avannotti che pescavo con un colino, nei placidi pomeriggi estivi in riva al fiume.
La sera passavo ore ed ore a sfogliare l'Atlante Geografico DeAgostini, immaginando luoghi mai visti, ipotizzando stati improbabili, strade impossibili. Ricordo ancora le mie fisse geografiche ricorrenti: l'Isola di Guam e la creazione di uno stato autonomo per i boscimani del Kalahari, in Botswana.
Questo mio modo di essere, ossessivo, curioso e strampalato, si è evoluto ed è mutato molto, nel tempo: a volte, come all'università, è stato un'arma poderosa; a volte, più spesso, un'arma a doppio taglio, capace di farmi sentire strano e diverso, capace di farmi perdere in un mare di pensieri ricorrenti e negativi, deprimenti ed autolesionisti.
Poi è arrivata la bici, o forse è solo tornata dato che, anche da ragazzo, non mi ha mai  del tutto abbandonato. Mettersi a pedalare seriamente, sei anni fa, è stato come tornare bambino: quasi di colpo ho ritrovato la felicità innocente di quei giochi  che erano bislacchi, certo, ma che riempivano il mio mondo.
Invece dell'Atlante mi sono ritrovato a passare le ore su Strava e Google Maps, a pianificare giri ed uscite, ad immaginare strade e montagne mai viste, ad analizzare grafici e pianificare allenamenti.
C'è un posto su cui sono finito a fantasticare  molto spesso: una fascia di Appennino tra Romagna e Toscana di cui so pochissimo, che dalle mappe sembra selvaggia e che dai nomi dei paeselli sembra promettere dei gran bei posti. Più di tutto è il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi a stuzzicare la mia curiosità: il nome evoca boschi fitti, alberi secolari e natura incontaminata. Mi guardo bene dall'andare a scoprirne qualcosa di più: un sogno infantile vale molto più delle foto che potrei trovare su Google.
Ecco, sono un po' di anni che fantastico su questi posti, quindi figuratevi quanto ero contento di poter debuttare nel mondo dell'ultracycling proprio su quelle strade, alla Romagna Ultra Race 310. Non avrei potuto chiedere di meglio: fin da novembre ho organizzato tutto il mio piano di allenamento intorno alla RUR, e mai come quest'anno il training plan stava dando i suoi frutti.
Poi è arrivata la pandemia e, in mezzo a drammi ben più terribili, anche i piccoli sogni di noi sportivi si sono infranti. Niente RUR, per quest'anno: la decisione degli organizzatori, più che condivisibile, è arrivata lunedì. Ho letto la mail subito dopo aver finito una ride di riscaldamento su Zwift, appena prima di iniziare la seduta dedicata alla forza.
Mentirei se dicessi che la notizia mi ha intristito. In un momento come quello che stiamo attraversando non credo di avere il diritto di intristirmi per così poco, e poi, appena letta la mail, ho deciso che la farò nel 2021, la RUR, e magari nelle versione lunga, da 550 km. Ho fatto il mio allenamento col sorriso, mi sono goduto una bella ciotola di crema al mascarpone come recovery e ho subito rivisto il planning per puntare ad essere al top alla Dolomitica 380 di luglio, sempre che non venga cancellata anche quella.
È un gran bel vantaggio saper accettare la parte più infantile di sé, saper continuare a giocare anche da grandi: le delusioni passano così in fretta che quasi non te ne accorgi. L'importante è avere qualcosa a cui pensare: le nuove tabelle di allenamento, il lungo, lunghissimo giro che farò appena si potrà uscire di casa, le cronoscalate ancora in programma per giugno e la ride a stomaco vuoto di domani mattina. L'importante è avere un gioco, anzi di più, l'importante è continuare a giocare a quel gioco bellissimo che è la vita. 

venerdì 20 marzo 2020

Resilienza e quarantena

Eccoci qua: in poche settimane il nostro paese e il mondo intero si sono trovati catapultati in un incubo pandemico che nessuno si aspettava. Pensando a chi sta perdendo i propri cari, a chi sta lottando tra la vita e la morte, a chi lavora senza sosta negli ospedali, i problemi che possiamo avere noi altri, che al massimo ce ne stiamo sul divano a guardare serie TV, sono davvero poca cosa.
Poco importa se la stagione agonistica sarà del tutto stravolta, poco importa se non posso uscire a godermi il sole caldo della primavera, chi se ne frega se mi tocca pedalare sui rulli invece che tra i boschi e i prati fioriti.

Eppure... eppure i momenti come questo ci fanno capire quanto sono importanti le piccole cose, quanto la routine di ognuno di noi sia preziosa. Avrei tanto voluto correre le prime gare del GT Mediofondo, avrei davvero voluto fare i primi allenamenti sopra le 10 ore, in vista della Romagna Ultra Race. E forse non è così sbagliato soffermarsi a pensare per un attimo a ciò che l'epidemia ci sta portando via: il desiderio di normalità, infatti, può spingerci a fare tutto il possibile per ritornare alle nostre gare, alle nostre vacanze e ai nostri aperitivi.

Intanto siamo qua, tappati in casa come è giusto che sia. Io me lo vivo, questo momento, un po' come i momenti difficili che capitano in gara. Un po' come quando buchi o quando vai in crisi, quando piove o quando arrivi a quella salita che proprio non ne hai più. Sono i momenti in cui non basta resistere, ma serve sviluppare una strategia mentale alternativa. Serve resilienza: una caratteristica che non ha nulla a che fare con i watt, ma che tante volte fa la differenza.
Questa sfida, però, è ben più difficile: non dobbiamo superare una salita ostica o un avversario agguerrito, non ci basterà resistere per qualche ora al freddo o al mal di gambe. Si tratta di reggere per settimane, e il nostro obiettivo non è semplicemente tagliare un traguardo fisico: il nostro obiettivo, in questa lunga quarantena, è di riuscire ad approcciarci allo sport che amiamo in modo diverso dal solito, senza perdere la motivazione e senza lasciarci abbattere dal non poter vedere il frutto di tutti gli sforzi fatti fin qui. Dovremo dedicarci allo sport che amiamo senza pedalare all'aperto, continuare ad allenarci non sapendo bene quando si tornerà a gareggiare. E tutto questo mentre ogni ambito della nostra vita è sconvolto dalle restrizioni volte ad evitare il contagio. Mentre migliaia di persone sono in un letto d'ospedale.

Essere resilienti, in questo periodo, significa saper orientare i propri pensieri in modo da vivere positivamente e serenamente la bici (e la vita), nonostante la situazione drammatica che c'è là fuori. Il primo passo, secondo me, è iniziare a pensare alla mente come a qualcosa di allenabile e condizionabile. Perché posso allenare un bicipite e non il modo in cui ragiono? Non ci saranno dei pensieri che possono funzionare per il mio umore un po' come i manubri per la braccia? Io credo di sì. La serenità è una cosa che si conquista, esattamente come i buoni piazzamenti in corsa. Serve allenarsi, e un'occasione come questa è perfetta.
Ecco, in breve, cinque strategie mentali che personalmente trovo molto utili in questo periodo.

Punto primo: lagnarsi sta a zero. Non serve lamentarsi di situazioni che non posso cambiare. Sono in quarantena e non ci posso fare nulla: i se e i ma sono solo perdite di tempo, e accettare le condizioni al contorno mi fa risparmiare un sacco di fatica e pensieri negativi. È come quando piove: non serve pensare a quanto sarebbe bello se ci fosse il sole, serve prendere l'ombrello.

Punto secondo: obiettivi, obiettivi, obiettivi! Piccoli o grandi, a breve o a lungo termine, abituarmi a pensare spesso e in modo positivo ai miei target mi è di enorme aiuto. Un'ora di rulli, un libro da leggere, una lingua da imparare, lavorare almeno due volte a settimana sul gesto della pedalata, un TSS settimanale di 500, la gara di metà giugno (sarà finita per allora, no?), le ferie a fine agosto, il campionato che voglio fare nel 2021, un viaggio in bici per celebrare la fine della quarantena. Ogni obiettivo, ciclistico o meno, è benvenuto.

Punto tre: focalizzazione. Gli obiettivi sono solo parole. Per motivarmi, e soprattutto per sopravvivere serenamente a questo brutto periodo, cerco di passare dalle parole alle sensazioni. Chiudo gli occhi, e mi immagino lì, sul traguardo di quella gara, in cima a quella montagna, sul podio o semplicemente in vacanza, su una spiaggia assolata. Cerco di immedesimarmi il più possibile in quella situazione, cerco tutte le emozioni di quel momento. È quasi meditazione, e  mi carica tantissimo.

Punto quattro: novità. Trovo che essere aperti alle novità sia indispensabile, e anche questa è una qualità che va allenata. Per esempio, sono sempre stato molto, ma molto poco affine all'allenamento indoor. Anche a gennaio preferisco uscire e allenarmi all'aperto, forse perché non soffro particolarmente il freddo. In questi giorni invece mi son messo d'impegno. Mi sono detto: "Proviamoli, 'sti rulli, chissà mai che poi mi diverto pure". Mi sono dato una serie di obiettivi, mi sono sciroppato 16 ore di allenamento in 7 giorni, e alla fine mi sono divertito davvero. Con Silvia abbiamo ordinato dei rulli interattivi, e non vedo l'ora di mettermi su Zwift. Fidatevi, non avrei mai e poi mai pensato di trovarmi, un giorno, a scrivere una cosa del genere.

Punto cinque: fare il grande salto. Questo è il momento migliore per pianificare, e soprattutto prenotare, una grande impresa o un grande viaggio, perché c'è tutto il tempo per studiare, e il nuovo obiettivo è un bell'aiuto quando si tratta di mettersi sui rulli.
A questo proposito io la mia grande impresa l'ho scelta: ho fatto la preiscrizione alla Race Across Italy del 2021. La RAI è la gara che sogno almeno da 5 anni: 775  km no-stop, 10000m di dislivello in 48 ore di tempo limite. L'idea di trovarmi, tra poco più di 400 giorni, al via di questa manifestazione, mi fa sentire le farfalle nello stomaco. Perché guardare avanti è il modo migliore per superare i momenti bui. Perché bisogna ricordarsi, anche quando la notte è più scura, che il sole sorgerà di nuovo.

giovedì 5 marzo 2020

Il virus e il silenzio

Più passa il tempo, più apprezzo il silenzio.
Il silenzio di una pedalata solitaria, il silenzio di una salita che conoscono in pochi, il silenzio della natura e ancora di più il silenzio dei miei pensieri. Perché col passare degli anni, a furia di pedalare, di praticare lo Yoga e di meditare, i pensieri nella mia mente si sono fatti sempre meno affollati. Lo sport come piace a me, fatto di lunghe distanze e solitudine, mi ha insegnato ad estraniarmi, ad escludere istintivamente non solo i pensieri negativi, ma in generale i pensieri inutili. Mi ha insegnato ad ascoltare il mio corpo in ogni istante, da una parte per godermi tutte le sfumature che l'impegno fisico sa dare, dall'altra per analizzare a ciclo continuo i mille segnali che le gambe mi mandano.
Non pensare mi fa bene: mi posso godere i colori di questo assaggio di primavera, i profumi dei fiori, l'emozione di una discesa a picco sul lago.
Non fraintendete: non c'è nulla di poetico in tutto ciò, nulla che sia filtrato dalla classica retorica del ciclismo epico, del superare i propri limiti, del super-uomo a due ruote. La mia dimensione mentale, negli ultimi tempi, è un crogiolo che ribolle di sensazioni istintive, fisiche e non filtrate, nemmeno nella mia testa, dalla lente del linguaggio. Sensazioni in qualche modo ancestrali: il cuore che batte, le gambe che pompano, quel sentirsi lì, in mezzo al mondo.
Ogni tanto, nelle giornate di scarico, prendo la gravel e vado nei boschi. Mi fermo, tolgo le scarpe, mi siedo vicino a un albero, e lascio che tutte le impressioni di quel momento mi travolgano. Escludo tutti i filtri che il nostro mondo razionale ci impone. Sto lì per qualche minuto e i colori dell'erba secca, il profumo della terra che si risveglia, lo stormire delle fronde sopra di me mi regalano sensazioni così belle da essere commoventi. Sensazioni di cui ho sempre avuto un bisogno spasmodico, ma che non avevo mai avuto la fortuna, o il coraggio, di trovare.

C'è il Coronavirus, là fuori e le gare sono rimandate almeno fino ad aprile. C'è il Coronavirus, là fuori, e tutti ne parlano, tutti dicono la loro. Sapete una cosa? Io non sono un virologo e nemmeno un politico. Posso concedermi il lusso di non dire nulla, anzi di più, posso evitare di pensarci: formarsi un'opinione senza avere alcuna base è quanto meno un inutile spreco di energie.
Le gare non ci sono e mi basta sapere questo. Ho trasformato le settimane di tapering in settimane di scarico e test, per il resto gli allenamenti break-trough e recovery continuano ad alternarsi come sempre, come le salite e le discese, il giorno e la notte, l'estate e l'inverno.
Piuttosto che pensare a ciò che non posso cambiare mi prendo un po' di tempo per me, per cercare quelle cose che mi fanno stare bene, quelle sensazioni che mi fanno sentire vivo, quei posti così belli da non sembrare veri. Mi prendo del tempo per non pensare: chiudo la mente a questo oceano di stimoli ed informazioni che rende il mondo intero nevrastenico e infelice, e mi apro alla percezione pura, istintiva, naif e meditativa di una lunga pedalata tra i monti.

lunedì 3 febbraio 2020

Pesi e tabelle

Tra le molte novità di questa stagione ce ne sono un paio epocali per il mio modo di vivere l'allenamento.
Primo: ho deciso di fare una preparazione invernale seria in palestra, con tutti quei lavori tanto utili per la forza muscolare e la propriocezione. Siccome di palestra non capisco una mazza (al massimo andavo a fare GAG e Yoga, facendomi regolarmente umiliare da tutte le donne presenti in sala...) ho deciso di affidarmi a un professionista. La scelta non poteva che cadere su Cesare e su TotalSportLab, che già da anni mi segue per quel che riguarda la messa in sella e i test.
Così da dicembre ho iniziato con la sala pesi tre volte a settimana, lasciando la bici quasi nel dimenticatoio, se escludiamo la Rapha Festive 500. L'idea di mettermi a sollevare bilancieri non mi attirava molto, ma con un po' di impegno sono riuscito a vincere la mia innata antipatia nei confronti dello sport indoor e alla fine, tra uno squat e l'altro, mi sono addirittura divertito. Gran parte del merito va alle schede del buon Cesare, che comprendevano un sacco di esercizi divertenti: in bilico sulla fitball, in bilico sulla bosu, in bilico su una gamba sola, insomma, per tre quarti d'ora buoni a settimana mi sono trovato a fare il funambolo, con la gente che mi guardava strano. 

Seconda novità: mi sono messo a studiare e ho pianificato la stagione seguendo la mitica Cyclist's Training Bible. L'autore, Joe Friel, è una mia vecchia conoscenza dato che, insieme a Cordain, ha scritto The Paleo Diet For Athletes, su cui mi baso da due anni e mezzo, con grandi benefici, per l'alimentazione. Cosa cambia rispetto a prima? Tutto o quasi. Se i singoli allenamenti non sono esageratamente diversi, la grande differenza sta nell'approccio alla periodizzazione, che qui è il vero nocciolo della questione. Se fino al 2019 ho preparato una stagione da classico granfondista, puntando a mantenere una forma discreta per tutto l'arco del periodo agonistico, con il metodo di Friel posso programmare seriamente i picchi di forma, per cercare di portare a casa il massimo nelle due gare su cui punto di più: RUR310 e UltrApuane Experience. E poi, rispetto ai miei riferimenti precedenti, Friel è più completo e più scientifico: tanto spazio è dedicato allo sviluppo di una mentalità da atleta vincente, oltre che a quello dei watt, e tantissimo è riservato alla ricerca del miglior rapporto tra volume e intensità dell'allenamento, grazie all'introduzione del TSS.

Sarà tutta un'altra stagione, insomma, la prima davvero al top delle mie possibilità. E poi mi annoio a fare sempre le stesse cose: in bici, come nella vita, senza un po' di novità non c'è gusto! 

lunedì 6 gennaio 2020

Senza compromessi

Come al solito l'inizio dell'anno è il momento dei propositi, dei bilanci e delle buone intenzioni. Io per il mio 2020 ho una sola certezza: sarà un anno senza compromessi.
Da agosto, finalmente, ho un lavoro con orari umani, il tempo per allenarmi e un ciclo del sonno decente, cose che mi sembravano chimere fino a qualche mese fa. Quindi bando alle ciance, quest'anno farò sul serio e mi dedicherò alle gare che da sempre stimolano di più la mia indole di gatto randagio: sarà un 2020 dedicato alle ultradistanze.
Negli ultimi sei mesi mi sono messo alla prova, con  tanti allenamenti specifici e soprattutto con le sfide di Assault To Freedom: non tanto per capire se posso essere vincente in questo tipo di competizioni, ma per scoprire se passare così tante ore in bici poteva piacermi sul serio.
Il responso è stato positivo: fino a 36 ore va tutto bene, e mi diverto un casino. Oltre ancora non sono andato, perché i tempi di recupero, quando si affrontano questo tipo di sforzi, sono necessariamente lunghi. Servono gradualità e piedi di piombo, altrimenti ci si scotta.
Con queste premesse, l'obiettivo principale del 2020 non possono che essere le ultrafondo, e nello specifico l'Ultrafondo Italia Cup, con le sue tre prove: si comincia a Forlì con la Romagna Ultra Race, da 310 km e 7000 m di dislivello, si continua a Sarmede con la D+ Ultracycling Dolomitica, nella versione "media" da 380 km e 10000 m di dislivello, si chiude a Lucca con la UltrApuane Experience, che è anche la gara più "distesa" del trio: 350 km e 7000 m di ascesa.
Sempre in tema ultra, se (e sottolineo se) le cose dovessero mettersi bene, ad agosto farò la 24h del Montello, che quest'anno sarà davvero un grande evento: non solo prova unica del Campionato Italiano Ultracycling ACSI e seconda prova dell'Italian Time Trial Cup, ma anche prova unica del Campionato Europeo Crono 24h. Un'occasione immancabile, insomma, per farmi bastonare dai più forti ultraciclisti del continente.
E robe normali, Mario, quest'anno non ne fai? La risposta è sì: non rinuncio sicuramente al GT Mediofondo, che l'anno scorso è stato divertentissimo e permette di scaricare a dovere tra un lungo e l'altro. Visto il calendario dovrei riuscire a fare 6 o 7 gare su 8, e spero davvero di riuscire a portare a casa almeno una vittoria di categoria, dato che nel 2019 ho chiuso tre volte al terzo posto e una al secondo, senza contare il secondo posto alla Riso&Vino, poi annullata per problemi di cronometraggio...

Altra novità, quest'anno si cambia squadra. Nei due anni alla Rodman Azimut Squadra Corse mi sono trovato benissimo, soprattutto  grazie alla calorosa accoglienza del Presidente Marco Pipino e della sua compagna Elisabetta De Bernardi. Ma la base operativa del team è a Torino, e in più Rodman è da sempre una squadra dedicata principalmente alle granfondo, gare che già da un po' di tempo non mi regalano più stimoli. Così per il 2020 ho scelto FTM, una squadra della mia città, un team che nasce principalmente per il triathlon, ma che tra le sue fila ha anche parecchi ciclisti. Un gruppo di persone che in buona parte conosco: con qualcuno ho già pedalato, a molti ho fatto il caffè nella mia vita precedente, quella in cui ero titolare di un bar-ristorante e dormivo 5 ore a notte.
Non sarò solo, in questo cambio di casacca: con me ci sarà anche Silvia, compagna di vita e di sport. Se io ho sempre avuto il pallino dell'ultracycling, il sogno della mia dolce metà è sempre stato il triathlon, e anche per lei è arrivato il momento di realizzarlo: voci di corridoio dicono che l'evento clou del suo 2020 sarà l'Aronamen.
Una stagione di sfide mica male, insomma, per la nostra coppia. E anche qui la scelta della squadra può essere stata provvidenziale: FTM sta per Forza, Tenacia, Motivazione.