sabato 9 gennaio 2021

Quel che resta del 2020

Dei buoni propositi per l'anno nuovo e delle sfide che affronterò nel 2021 ho già parlato in questo post. Adesso vediamo cosa ho fatto nel 2020 e soprattutto cosa ho imparato dall'anno che è appena passato.

I numeri

Come sempre parto dalla mia grande passione: le statistiche. 17.885,8 km, 180.298 m di dislivello, 670 ore e 9 minuti in sella. Non sono numeri che fanno girare la testa, tutt'altro: molti degli ultraciclisti con cui ho la fortuna di competere hanno percorrenze annue di oltre 25.000km, alcuni atleti superano i 35.000, fino al caso incredibile di Daniele Rellini, atleta paralimpico e nonstante ciò campione italiano ultracycling 24 ore, con oltre 50.000 km. Chapeau.

I miei numeri non hanno nulla di eccezionale, ma sono speciali per me: perché dietro ad ogni ora in sella c'è una piccola storia, perché dietro ad ogni metro di dislivello c'è la voglia di migliorarmi, perché dietro ad ogni kilometro c'è un sorriso. Non prendete in giro chi fa sport e vi ammorba con i suoi racconti e i suoi numeri: che siano 10 km o 10.000, che si tratti di una corsetta o di una ultramaratona, per chi vive di sport ogni piccolo risultato è una grande conquista.

Dove posso arrivare

Il 2020 è stato in un certo senso un anno di rodaggio e soprattutto di test. Anche se non esiste una vera e propria gerarchia tra le gare di ultraendurance, di fatto ho gareggiato in quella che potremmo definire la serie B dell'ultracycling: campionati italiani ed europei 12 ore e ultrafondo da 350-400 km. Sono arrivati dei risultati che non mi aspettavo, ma soprattutto ho capito di avere le possibilità per passare alla serie A. Nel 2021 la gara più corta sarà da 600 km, e sarò al via della Race Across Italy con la consapevolezza di poter concludere la gara.

Il riposo è il mio alleato

Può sembrare paradossale per uno che punta a stare in bici per 35 ore senza dormire, ma nel 2020 ho capito che per migliorarsi davvero il riposo conta molto più dell'allenamento. Non importa quanto ti alleni duro, quel che conta è arrivare pronto e riposato agli allenamenti duri, per trarne il massimo. Ho smesso di guardare ore e km che passo in bici (se non per pura curiosità e amore per i numeri): è molto più utile fare attenzione alle ore di sonno, al riposo tra una sessione e l'altra, a minimizzare lo stress della vita di tutti i giorni.

Il pensiero è il mio nemico

L'economia di energie è fondamentale negli sport di ultraendurance, e non è solo la fatica fisica a farci consumare energie. C'è la fatica mentale, e servono strategie per ridurla. Bisogna evitare ogni pensiero che non sia funzionale a ciò che stiamo facendo. Quando sono in bici ho imparato ad eliminare i pensieri superflui e in gara lascio spazio solo a quelli davvero essenziali. Pedala, mangia, accendi le luci, attento al tornante, tra 70 km c'è la time station, mettiti in posizione aero, bevi, il primo è avanti di 5 km, attento, non fare cazzate, pedala, tra mezz'ora inizia a cercare una fontanella, pedala, mangia ancora: questo più o meno è quello che mi passa per la testa quando mi alleno o gareggio. Alla 12 ore del Montello c'era un tratto pianeggiante di una decina di km: lì, nonostante la pioggia battente, i lampi e i tuoni, lì potevo ascoltare il totale silenzio nella mia testa. Per quasi venti minuti non pensavo assolutamente a nulla: un'esperienza strana ma meravigliosa, tanto che alla fine di ogni gara arrivavo stanco fisicamente, ma fresco, anzi quasi rigenerato, mentalmente.

L'organizzazione è un must

Per poter affrontare una gara estrema e per poterlo fare senza patemi d'animo (e quindi pensieri energeticamente dispendiosi) bisogna essere organizzati. Dalla pianificazione della trasferta al calcolo dei grammi di carboidrati da assumere, dal bed and breakfast dove dormire prima della gara all'abbigliamento da spedire ad ogni time station, dal kit per eventuali riparazioni alle batterie di scorta per luci e sensori: tutto deve essere pronto e ogni mossa deve essere pianificata. Con una tabella di marcia chiara e, per quanto possibile, in grado di prevedere ogni intoppo, tutto diventa più facile. L'ho imparato al Time Trial di Bagnolo: lì ero decisamente disorganizzato ed è andata piuttosto male.

Non ti puoi inventare niente

Questa frase me l'ha detta Federico Caretta, campione europeo 24 ore, ancora al Time Trial di Bagnolo (che poi erano i campionati italiani). Non si può restare al picco di forma per sempre: il lavoro fatto durante l'anno ti porta ad essere in forma in un certo momento, di solito per un evento in particolare. Poi la forma, semplicemente, non c'è più, i valori calano inesorabilmente e bisogna saperlo accettare. Sia io che Federico eravamo andati molto forte agli europei di inizio agosto (con le dovute proporzioni, perché lui va molto più di me!): lui aveva vinto la 24 ore, io avevo chiuso al secondo posto la 12 ore. A fine settembre, però, il picco l'avevamo salutato da parecchio, e infatti siamo andati parecchio male al Time Trial. Sempre con le dovute proporzioni: io molto peggio!

Tieniti pronto a tutto

Fin qui ho parlato soprattutto di bici, ma il 2020 è stato l'anno del COVID, dei lock-down, della pandemia. Il principio dell'economia dei pensieri vale anche quando non pedali, perché se ti alleni 20 ore a settimana e lavori (magari come nel mio caso in Polizia, quindi a stretto contatto con tutto quello che è stato il disastro di quest'anno) lo stress e i pensieri negativi sono sempre in agguato. Ho imparato a non stupirmi di nulla, e a mettere in atto tutta una serie di strategie mentali capaci di farmi accettare il presente senza farmi troppe domande. Eccone tre:

  • Non c'è niente di nuovo sotto il sole: questo è il mio mantra quando si parla di epidemie, mezzi colpi di stato, complotti, complottisti, cittadini attenti e rispettosi, politici blateranti e politici che invece fanno il loro dovere. Buoni e cattivi, intelligenti e stupidi, siamo tutti nello stesso calderone umano, lo stesso calderone da millenni. Semplicemente, non perdo tempo a pensare a queste cose: mi informo, prendo atto della situazione, non mi stupisco e vado avanti per la mia strada.
  • Non pensare a ciò che non puoi cambiare. Avrei tanto voluto andare a vedere qualche mostra a Milano, quest'inverno, o a trovare i miei genitori a Natale, ma siccome la mobilità è ridotta e il buon senso mi dice di evitare, non perdo troppo tempo a pensare a ciò che non posso cambiare. Piuttosto attuo strategie alternative: dalle videochiamate ai rulli interattivi, dal telelavoro alle serie TV, siamo diventati tutti abbastanza bravi in questo.
  • Obiettivi, obiettivi, obiettivi: le energie mentali che risparmio in questo modo le uso per inventarmi nuovi obiettivi compatibili con il momento storico. Il Tour du Zwift? Almeno un'ora di Yoga a settimana? Allenarmi ogni giorno per tutta la quarantena? Leggere e vedere ogni oper a canonica della saga di Star Wars? Va bene tutto, l'importante è avere un target da raggiungere.

Do it with love

Proprio lo Yoga, e in particolare i video di Yoga with Adriene, mi hanno fatto capire l'importanza dell'amore. Un concetto per forza di cose abusato e stereotipizzato, che però ha un grande valore e una grande potenzialità. Mi sono abituato a cercare di fare ciò che faccio with love. Il lavoro, la bici, i libri che leggo, le serie tv che guardo, i mestieri di casa: ogni azione banale può diventare speciale se siamo capaci di trasformarla in un gesto di amore, non solo verso gli altri, ma soprattutto verso noi stessi. Ok, ditemi pure che sono banale, non me ne frega niente: io mi sveglio ogni mattina col sorriso. E voi?

sabato 26 dicembre 2020

La stagione che verrà

Il solito bilancio di fine anno lo lascio a un altro post. Qui vi racconto quali saranno le mie sfide per il 2021, o meglio le sfide che ho pianificato, dato che, per ovvi motivi, anche nel 2021 le incertezze non mancheranno.
Si parte col botto: il 30 aprile sarò al via della Race Across Italy, e non sto a ripetere perché questa gara è così importante per me. Come tutti gli altri appuntamenti ultra del prossimo anno correrò nella categoria Solo Self Supported, quindi senza auto al seguito e in totale solitudine. Saranno 775km di avventura, e già non sto nella pelle.
A inizio giugno si va a Forlì per la Romagna Ultra Race, che quest'anno assegna il titolo di Campione Italiano Ultracycling. Ho un conto in sospeso con questa gara: avrei dovuto esordire proprio alla RUR310 di quest'anno, poi cancellata dal Covid. Nel 2021 raddoppio, e sarò al via della prova regina, la RUR600: 600km e 12000m di dislivello.
Sulla terza gara di stagione ho ancora qualche dubbio, ma quasi sicuramente si tratterà dell'UltrApuane: dopo il secondo posto sul percorso Experience da 350km del 2020 sceglierò il più impegnativo Challenge, con 600km e 11000 metri di dislivello. 
Se le cose vanno come spero queste tre gare mi permetteranno di racimolare un po' di punti per la Ultracycling Italia Cup, mentre non credo che parteciperò all'Italian Time Trial Cup, dopo il podio dello scorso anno. Mettere troppa carne al fuoco potrebbe essere un rischio, anche se mi dispiace parecchio rinunciare alla 24h del Montello e al Time Trial di Bagnolo: ma ci sarà tempo nei prossimi anni per tornare a queste competizioni, magari facendo un pensierino alla qualificazione Race Across America.

Fin qui l'Ultracycling, ma c'è anche il ciclismo normale. Ecco, qui le cose si fanno più complesse, perché la pandemia renderà la vita piuttosto difficile agli eventi che prevedono assembramenti. Eppure non vorrei perdermi qualche appuntamento con il Gran Trofeo Mediofondo, se non altro per variare un po'. 
Non mentirò: tempo per gite e scampagnate non ce ne sarà, le mie energie saranno tutte dedicate all'ultraendurance, e non vedo l'ora di essere ai nastri di partenza in quel di Silvi.
Nel frattempo buone feste a tutti. Evito le solite parole trite e ritrite su questo triste e strano Natale: parlare non serve a molto, preferisco pedalare, e consolarmi con la solita, immancabile, #Festive500.

domenica 6 dicembre 2020

Il mio pensiero fisso

Eccoci qui, alle soglie delle vacanze natalizie, divisi tra zone gialle, rosse e arancioni, con tante incertezze e ben pochi punti fermi per la stagione che verrà. I veri problemi in questo momento sono altri e non mi stancherò mai di dirlo, ma dato che non sono un medico, un virologo o un politico non credo di essere la persona giusta per parlare di virus e pandemia. Lo fanno già in tanti, sui social e per strada, lo fanno già in troppi. Quello che posso fare io, al massimo, è raccontarvi come mi alleno, e con che spirito sto affrontando tutto questo.

Vivendo in Lombardia mi sono trovato di fatto a non potermi allenare outdoor, nonostante la fine di novembre ci abbia regalato giornate di sole e caldo. La risposta più ovvia, come era già accaduto a marzo, sono stati i rulli. Sono tornato a Watopia e buona parte delle ore di bici previste le ho passate così. Non tutte però: ho dato (finalmente...) una bella pulita alla bici da gravel e ho cercato di usarla un paio di volte la settimana per andare al lavoro. Nel mio caso significa fare 25 km all'andata e altrettanti al ritorno, non proprio pochissimi, e sicuramente abbastanza per rompere la monotonia del training indoor. 

L'altro grande focus, come sempre d'inverno, è la palestra. Ecco, con la palestra è tutto un po' più difficile... Teoricamente, siccome sono un "atleta tesserato iscritto a gare di rilevanza nazionale eccetera eccetera"  potrei accedere alle strutture ed allenarmi; di fatto nessuna palestra della mia zona apre solo per noi tesserati, e non gliene posso certo fare una colpa: il gioco non varrebbe la candela... Poco male, comunque: allenare la forza massima senza avere a disposizione neanche un bilanciere ha decisamente stimolato la mia creatività e quella di Cesare che come sempre, da esperto del settore con Total Sport Lab, mi dà ottimi consigli in questo senso. Per il primo periodo (quello diciamo di preparazione) mi sono organizzato con un mix di casse d'acqua, manubri e kettlebell, mentre nelle ultime due settimane mi sono reso conto di quanto sia utile avere una compagna con il fisico da passista. Ho usato direttamente Silvia al posto del bilanciere e, sempre con l'aggiunta di qualche pesetto, sono arrivato al carico che mi serviva.

Ma perché fare tutto questo, perché non starsene tranquilli sul divano, perché non lasciare che sconforto e depressione prendano il sopravvento, perché non godersi il caldo abbraccio della pigrizia? Ecco, io la tentazione di lasciarmi andare non ce l'ho mai avuta, un po' perché sono un tipo di quelli che non riescono mai a stare fermi, un po' perché, ormai lo sapete, ho un vero e proprio pensiero fisso. Tra pochi mesi, infatti, arriverà il momento della gara che aspetto da quando ho scoperto il mondo dell'Ultraendurance: la Race Across Italy, con i suoi 775km. Era il 2015, avevo appena ripreso con la bici e avevo portato a termine solo 3 giri oltre i 100 km; eppure, in un istante, è scattata la scintilla. Ho capito che quella era la mia strada e in un attimo la RAI è diventato il mio obiettivo più grande. Amore a prima vista, viene da dire: adesso che ci siamo quasi allenarmi è proprio la cosa che mi pesa di meno.

Ma non c'è solo la Race Across Italy, a farmi venire voglia di pedalare: perché il tragitto casa-lavoro, che può sembrare sempre uguale, ogni volta regala piccole emozioni tutt'altro che scontate: l'alba infuocata, le ultime stelle della notte, il freddo secco e piacevole di certe giornate, il tepore del sole pomeridiano. È una di quelle cose, il commuting, che in Italia fatica a prendere piede, e non si capisce perché: la giornata inizia così bene, con una bella pedalata... 
Quest'anno, finora, ho percorso 1245km in modalità commuting, tra lavoro, spesa e commissioni varie. Per il 2021 si può fare di meglio: 1500? 1750? 2000 km? Ci devo ancora pensare, ma alla fine ci vuole poco, a trovare nuovi obiettivi... 


sabato 31 ottobre 2020

Aspettando il lockdown

Un pensiero triste, mentre pedalo tra i mille colori del bosco: potrebbe essere l'ultima uscita gravel prima di un nuovo lockdown, potrebbe essere l'ultima volta che mi fermo a fare una foto al tramonto, che posso perdere tempo ad ammirare i giochi delle foglie rosse e gialle che si posano piano a terra. Potrebbe arrivare un nuovo blocco totale, potremmo perderci la meraviglia di un autunno che, almeno qui dalle mie parti, sta dando il meglio di sé.
È stato un pensiero triste, ma non inaspettato. È quasi un anno che sentiamo parlare di COVID, il primo lockdown è iniziato 8 mesi fa: piano piano ci siamo abituati all'incertezza, e dopo il fuoco di paglia di un'estate quasi normale ce la aspettavamo tutti, questa seconda ondata.
Rassegnazione. È questo il sentimento prevalente, adesso, e a pensarci bene è giusto così. Abbiamo più o meno tutti raccattato dei rulli, abbiamo imparato ad usare le app dedicate e in tanti siamo stati così pervidenti da procurarci un minimo di attrezzatura da palestra. Con un po' di inventiva ce la caveremo, e non poter fare sport sarà l'ultimo dei problemi, vista la situazione.
Ho continuato il mio giro, dopo quel momento di sconforto, ho fatto qualche foto e percorso qualche km con un amico. Poi, mentre tornavo a casa, mi sono trovato a pensare a Zwift, a quali percorsi mi mancano, a quali trofei sbloccare. Se ci richiudono in casa mi sa che saranno quelli, i miei obiettivi, su questo non ci piove: perché mi servono, dei piccoli target da raggiungere, servono a non farci impigrire, a ritrovare un po' di positività, a strapparci un sorriso ogni tanto. E a non farci dimenticare che cosa sia la normalità.

giovedì 8 ottobre 2020

Time Trial: fuori forma in collina

 


Ultima gara di una stagione che non doveva nemmeno partire e che invece è stata, per me, la più emozionante di sempre.
Una stagione cortissima, iniziata a luglio con l'Ultracycling Dolomitica, e terminata settimana scorsa col Time Trial di S. Pietro di Feletto. 12 settimane in cui ho azzardato 4 quattro gare di ultracycling: una follia, da un certo punto di vista, perché i margini per mantenere una buona forma senza rischiare l'overtraining erano davvero stretti. Ma la fame di gare era troppa: una fame che dura dal 2015, perché le granfondo non hanno mai placato il mio bisogno di ultracycling.
Così ho tentato l'azzardo: presentarmi in forma alla Dolomitica, salire un po' di condizione in vista dei Campionati Europei, tenere fino all'UltrApuane e chiudere in calando al Time Trial. Mi sono focalizzato molto sul recupero (anche più che sull'allenamento), le cose sono andate bene, e sono arrivati due podi inaspettati: ogni volta che guardo i trofei conquistati mi viene la pelle d'oca. Ma veniamo al Time Trial, che assegna il titolo di Campione Italiano Ultracycling: la gara jolly, affrontata senza pretese e senza grandi possibilità di fare bene.

Arrivo a Bagnolo stanco e un po' stressato, finalmente in ferie dopo un anno lavorativo a dir poco intenso. Il picco di forma è ormai un lontano ricordo: me ne sono accorto nelle ultime settimane di allenamento, non posso inventarmi nulla per rimediare e, di conseguenza, ho già la testa al 2021.
Il format è quello tipico delle gare timed: 6, 12 o 24 ore e un circuito da ripetere più volte possibile. Al via ci sono dei mostri sacri dell'ultracycling, soprattutto sulla 24 ore, con circa metà dei partecipanti che arrivano dall'estero. Io corro ancora una volta sulla 12 ore, e anche qui non si scherza: c'è Fabio Ciot, che mi ha battuto agli Europei, c'è Alessio Magarotto, che al Montello è arrivato dietro di me, ma davvero di poco. C'è Cesare Pesciaroli, che ha vinto l'UltrApuane Experience dandomi mezz'ora abbondante, c'è il Finlandese Olli Korhonen, out-sider dai numeri impressionanti, e c'è anche Paolo Braico, finisher alla Race Across Italy. Ah, dimenticavo... c'è Omar Di Felice, che non ha bisogno di presentazioni.
Il percorso è bello e cattivo, con 24 km  e 400 metri di dislivello: non c'è un metro di pianura, non c'è un passaggio che non sia splendido. Fa freddo, e al via tremo come una foglia: mi consolo pensando che correremo di giorno e non di notte, quasi una novità dopo tre gare corse prevalentemente al buio.
Altra novità, sono davvero mal organizzato. Ho dimenticato a casa il borsello con il kit di riparazione e anche il giubbino catarifrangente. Non è da me, elemosino quel che mi serve dagli altri concorrenti e mi preparo per partire.


Pronti via e... niente, il misuratore di potenza non si accende nemmeno. L'ho caricato, ma probabilmente  qualcosa è andato storto. Mi rassegno: correrò solo col cardio, cosa che, su 12 ore di gara, equivale a correre a sensazione.
Come se non bastasse mi accorgo subito di non avere le gambe: proprio non ce n'è, e in più i primi 5 tengono un ritmo esagerato. Sulla mia gara, di conseguenza, c'è molto poco da dire: sesto dall'inizio alla fine, resto su tempi mediocri per i primi 8 giri, poi calo un po': il quinto è lontanissimo, il settimo è parecchio staccato. Dopo 12 giri e 10 ore abbondanti di gara sono a un bivio: posso fare un altro giro o fermarmi, comunque sicuro della mia posizione. Fa un freddo cane, e mi fermo. All'arrivo c'è Silvia, che mi ha assistito per tutta la gara passandomi borracce, gel e barrette, e ho solo voglia di un abbraccio caldo.
Per la cronaca vince Fabio Ciot con 15 giri, su Omar, Alessio, Olli e Cesare, tutti a 14 giri. Mentre andiamo verso il ristorante insieme ad Alessio ed Elisa la 24 ore sta continuando, e non li invidio affatto. La lotta è serratissima, e la mattina dopo sono davvero felice di scoprire che a spuntarla è stato Daniele Rellini, su Edward Fuchs e Dejan Jug.

Deluso? No. Stanco? Sì, parecchio. Però non me la sentivo di mancare a quest'ultimo appuntamento, di perdermi l'ultima occasione per vivere l'atmosfera unica di questi eventi. E poi, con questo sesto posto, riesco a difendere il podio nell'ITTC: terzo, dopo il secondo posto nell'Ultrafondo Cup. Finita la gara è iniziato quel momento bellissimo di tranquillità e relax, prima di iniziare la preparazione per l'anno prossimo. Il momento giusto per godersi la bici senza stress, magari in compagnia.


A cena, la sera della gara, abbiamo incontrato Olli Korhonen, e scoperto che è sposato con una ragazza di Legnano, quindi spesso è dalle nostre parti. In tempo zero organizziamo un giro tra le vigne e le colline piemontesi, a ritmo turistico, senza fretta e con tante chiacchiere. Bella giornata, alla scoperta degli angoli meno noti delle province di Novara, Biella e Vercelli.

Altri impegni di questo periodo di transizione? Con Silvia ho accompagnato mio fratello Sergio nel suo primo giro oltre i 100km, e negli ultimi giorni ci siamo concessi una gitarella in Emilia, con poca bici e tante città visitate.
Da settimana prossima tornerò ad allenarmi, almeno un minimo: focus sulla palestra, per ora senza grandi carichi. Ma sarà l'inizio della nuova stagione, l'inizio del lungo percorso che mi porterà al grande evento del 2021, alla gara che sogno: la Race Across Italy.

Per gli amanti delle statistiche ecco i numeri del mio Time Trial - 12 ore, che come sempre trovate anche su Strava. Purtroppo manca la potenza...

- Distanza: 289,2 km
- Dislivello: 4960 m
- Tempo in movimento:10h44m52s
- Tempo totale: 10h49m04s
- Velocità media: 26,9 km/h
- Frequenza cardiaca media: 141 bpm
- Frequenza cardiaca massima: 179 bpm

sabato 5 settembre 2020

UltrApuane: le conferme che cercavo

Ed eccomi qui, a nemmeno due mesi dall'esordio nel mondo dell'Ultracycling, a raccontare com'è andata la mia terza gara. Se la Dolomitica 380 è stato il grande rito di passaggio e la 24 Ore del Montello mi ha fatto scoprire la gioia del podio, l'UltrApuane mi ha dato le conferme che cercavo.

Al via non ero così sicuro di poter fare bene: da una parte tre gare così impegnative in poco tempo non sono facili da preparare, dall'altra la concorrenza era spietata. Invece la gara è andata via liscia come l'olio, e questa è la prima certezza che mi porto a casa: ho imparato abbastanza bene a gestire queste distanze. Niente crisi, niente alti e bassi, tutto sotto controllo. Ma vi racconto com'è andata...

Si parte da Lucca, città che amo in una regione che adoro: gareggio sul percorso Experience, che prevede 350km e 7000m di dislivello, su e giù tra le colline tra Emilia e Toscana. Il tracciato è molto diverso da quelli che ho affrontato finora, estremamente vario e molto divertente: lunghi tratti pianeggianti, salite aspre e cattive, altre salite costanti e pedalabili, falsopiani di ogni tipo. Bello bello, insomma, ma non c'è da dimenticare che per i veri ultracycler c'era anche il percorso Challenge, da ben 750km e 17000m di dislivello. Duro, anzi durissimo.

Partenza alle 14:18 (scaglionati come sempre in queste competizioni): imposto il cruise control e nella prima ora recupero un paio di concorrenti. Strano, di solito le prime ore non sono il mio forte. Le quattro ore successive sono le più rognose: fa caldo, fa caldissimo, ma mi impegno a pensare che passerà e a trovare le fontanelle sul percorso. Mi superano Michele Verdoja e Giovanni Rossi, ma resto fedele al mio ritmo costante. Al km 153 c'è l'unica Time Station prevista, dove trovo Verdoja, Cirillo e una mia vecchia conoscenza dei tempi delle Granfondo: Walter Tortoroglio, partito 8 minuti prima di me.

Riparto dopo una sosta brevissima e mi ritrovo terzo, alle spalle di Pesciaroli, che tiene un ritmo pazzesco, e Rossi, che non scherza nemmeno lui. Sulla prima salita dopo la TS Walter mi riprende e da lì in poi continuiamo praticamente sullo stesso ritmo, pur mantenendo la distanza imposta dal regolamento per evitare il vantaggio della scia. E niente, i 190 km successivi, pur essendo i più duri, passano via veloci e senza grandi drammi: piove, smette di piovere, si sale, si scende e le ultime 9 ore di gara mi sembrano un attimo. Intorno al 175° km Rossi si ritira, mi ritrovo secondo e vedo il margine su Verdoja e Cirillo che si allarga sempre più, mentre mi avvicino, anche se ormai senza più speranze, a Pesciaroli.

Arrivo a Lucca con un gran sorriso stampato in faccia: a mezz'ora da Pesciaroli, pochi secondi prima di Walter e con più di un'ora di vantaggio su Verdoja e Cirillo. Insomma, meglio di così non poteva andare: due podi in tre gare non me li aspettavo proprio...

Seconda conferma: il clima di queste competizioni è qualcosa di magico. Il calore e l'impegno degli organizzatori (Paolo, Ivano e Roberto, ma anche tutti i volontari), l'atmosfera di grande rispetto e amicizia tra noi partecipanti sono qualcosa che ti fa sentire davvero dentro a una grande famiglia. Il fatto di aver condiviso con Walter la lunga notte che ci ha portati sul podio, poi, ha reso ancora più speciale il tutto: uno come lui se lo meritava proprio, un risultato così, ancora più incredibile considerando che l'UltrApuane era la sua gara d'esordio. La mentalità vincente è sempre la stessa, in qualsiasi sport: Tortorix, da ex motociclista due volte vicecampione mondiale Superstock, è stato bravissimo a trasportarla sulle due ruote a pedali.

Ma veniamo alla terza e ultima conferma: appena sceso dalla bici, all'arrivo, ancora prima di ricevere il trofeo, mi sono chiesto: "Cosa ne dici di rifarla tutta da capo?" Sì perché l'anno prossimo non si scherza: ci sarà la Race Across Italy, con 775km e 11000m di dislivello, poco più del doppio di questa sgambata. "Ok, si può fare" mi sono risposto "Se mi fermo mezz'ora e mangio un pollo allo spiedo posso ripartire  quasi tranquillamente." Insomma, se fino a qualche giorno fa avevo delle buone sensazioni in questo senso, adesso sono sicuro di poter portare a termine la gara che sogno da anni.

Intanto, tra tre settimane c'è il Time Trial di San Pietro del Felletto: ultima gara italiana di Coppa del Mondo e seconda prova dell'Italian Time Trial Cup. Come al Montello correrò sulle 12 ore. Obiettivo: difendere il podio nell'ITTC!

Chiudo con i numeri della mia gara, perché un po' di statistiche non fanno mai male:

- 357,87 km
- 6037m di dislivello (un po' sottostimati dal Garmin negli ultimi km, come capita spesso in caso di pioggia)
- 15 ore e 14 minuti totali
- 14 ore e 47 minuti in movimento
- 24,2 km/h di media in movimento
- 79 rpm medie
- 145 bpm medi
- 190 W di potenza media normalizzata
- Bilanciamento: 50,3% sx - 49,7% dx
- 8451 KCal consumate

venerdì 7 agosto 2020

Come un pesce nell'acquario - 12h del Montello


La 12h del Montello, disponibile per i più coraggiosi anche in versione 24h, è stata una roba davvero estrema. La gara scelta dalla World Ultra-Cycling Association per assegnare i titoli di Campione Europeo Ultracycling sulle 12 e 24 ore ha davvero messo alla prova mente e corpo di chi si è schierato al via.
Per farla breve basta dire che, sulle 12 ore della prova "easy", 8 ore le abbiamo passate sotto l'acqua. Di queste almeno due in balia di un temporale con vento e tempesta di fulmini, così tanti da rendere inutili, in molti momenti, le luci che avevo montato su bici e casco. Già perché, dimenticavo, noi della 12 ore siamo partiti alle 8 di sera.
Agli atleti della 24 ore, comunque, è andata molto peggio, perché prima della tempesta si sono fatti 12 ore sotto a un sole cocente, con temperature prossime ai 36°, ma molto più alte a livello dell'asfalto.
Non è solo l'acqua, però, a motivare il titolo del mio post. Questa è stata la mia seconda gara di ultracycling e tutte le sensazioni del weekend non hanno fatto altro che confermare ciò che avevo già intuito alla Dolomitica 380: che in questo mondo mi ci trovo proprio bene. Il tipo di prestazione richiesto, l'allenamento necessario, l'atmosfera delle gare e l'approccio della stragrande maggioranza dei partecipanti e degli organizzatori non fanno altro che mettermi a mio agio. Alla partenza ero rilassato, durante la corsa concentrato, all'arrivo felicissimo; in ogni momento, anche under the storm, sentivo di essere esattamente al mio posto.
Ma bando alle ciance, ecco com'è andata... 
Siamo in una quindicina ad essere iscritti alla 12 ore, e parto per terzo, dietro al favorito Fabio Ciot e al vincitore dello scorso anno, Alessio Magarotto. Da subito o quasi imposto un ritmo regolare, che so di poter mantenere per tutta la prova. Dopo una decina di km mi supera Alessio Trabuio, partito un minuto dopo di me, ma non faccio neanche finta di reagire. Non guardo gli altri, io. Guardo solo il Garmin, e nemmeno tutto lo schermo, solo la potenza a 3 secondi e la potenza normalizzata media. Alla fine del primo giro supero Federico Caretta, che è in testa alla 24 ore. Scambiamo due parole (è un atleta che seguo e ammiro da tempo), poi formiamo una specie di coppia a distanza (nell'ultracycling il distanziamento era già d'obbligo prima del COVID, dato che c'è il divieto di scia) per tre o quattro giri. Sono i momenti più difficili, climaticamente parlando, le ore in cui si scatena la furia degli elementi. Menomale che ai box c'è mio fratello Sergio, che si rivela un assistente preziosissimo: segue alla perfezione quanto pianificato in merito ad alimentazione e idratazione, improvvisa alla grande quando si tratta di mantelline, antivento e batterie per le luci; soprattutto non manca mai di incitarmi e farmi sentire il suo supporto.
Proprio ai box recupero Trabuio, mentre verso metà gara (la concezione del tempo, quando fai certe cose, va un po' a quel paese...) supero anche Magarotto, fermo a causa di una foratura. Ma Alessio è uno che non si dà per vinto, mi riacchiappa subito e mi stacca. Sono comunque sul podio virtuale, e proseguo al mio ritmo. Tra un gel e una barretta mancano solo tre ore, sta albeggiando e come sempre i cicli circadiani mi danno una mano: sto molto bene e torno di nuovo vicino al mio diretto "rivale", se così si può dire. Infatti la cosa bella di questa disciplina, come ho già scritto più volte, è che dovendo affrontare prove così dure raramente il termine rivale assume il significato che ha negli altri sport: ogni potenziale avversario, di fronte a tutte quelle ore e quei km, si trasforma in un compagno di viaggio. Così, durante i pochi momenti durante i quali il regolamento ci concede di marciare affiancati, scambiamo qualche battuta, e poco importa che molte di queste riguardino l'incredibile ritmo di Fabio Ciot, che che ci doppia a velocità supersonica. Dal punto di vista tattico, nella lotta per il secondo posto, sono in vantaggio, essendo partito due minuti dopo Alessio: potrei rilassarmi e mantenermi a un centinaio di metri da lui, ma non ho riferimenti su Trabuio e gli altri concorrenti, che potrebbero rifarsi vivi. A due ore dal termine, quindi, decido di aumentare il ritmo, e da lì in poi non smetto di spingere. Gli ultimi km sono meravigliosi, perché ho tutto il tempo di realizzare che sto portando a casa un gran risultato, sicuramente il più importante che ho mai raggiunto. Taglio il traguardo felice come una Pasqua, e l'abbraccio col mio fratellino è un momento da incorniciare.



Dati, statistiche e numeri vari... La mia gara è durata 11 ore, 52 minuti e 45 secondi, di cui 11 ore, 44 minuti e 59 secondi in sella. 335,71 km coperti, con un dislivello un po' difficile da calcolare visto che, con la pioggia, l'altimetro barometrico del mio Garmin è andato a quel paese: in ogni caso, tra i 4 e i 4600 metri. 28,6 km/h di velocità media e 202 W di potenza media ponderata a una frequenza cardiaca media 143 bpm medi. Potenza massima espressa 913 W, bilanciamento della pedalata 50,6% destra, 49,4% sinistra, con cadenza media 79 pedalate. Come sempre c'è tutto su Strava.
E questo, in sostanza, è tutto. Adesso, dopo questo podio meraviglioso, mi godo qualche giorno di tranquillità, prima di iniziare a pensare alla prossima avventura... L'UltrApuane: 350 km e 7000 m di dislivello con partenza dalla splendida città di Lucca.