domenica 12 luglio 2020

Finalmente ultra - La Dolomitica 380


Le cose che si fanno attendere per tanto tempo hanno un sapore speciale, quando riesci a raggiungerle. Nel 2015, quando avevo appena ripreso ad andare in bici e non avevo ancora partecipato nemmeno a una cicloturistica, avevo scoperto che esistevano gare lunghe, lunghissime, in cui la testa conta forse più delle gambe. Gare che diventano viaggi spirituali, che ti fanno superare i tuoi limiti. Parole usate ed abusate, queste, ma le sensazioni che mi evocava la Race Across Italy di quell'anno, mentre la seguivo in diretta sul PC, giorno e notte, per me erano qualcosa di nuovo, di elettrizzante. Istintivamente sapevo che quella era la mia strada. Non era l'epicità dell'impresa ad attirarmi, non era l'idea di fare qualcosa di speciale: era un bisogno fisico, primordiale e del tutto irrazionale che, ancora oggi, non sono in grado di descrivere. 
Il lavoro era tanto, in quegli anni, il tempo libero poco, così ho pensato di ripiegare sulle granfondo, per qualche tempo, e di farmi un po' le gambe con le classiche gare amatoriali. Poi è arrivato l'anno scorso, io e Silvia abbiamo cambiato vita, e mi sono messo immediatamente all'opera non per realizzare un sogno, perché non sono un sognatore, ma per soddisfare quello che, per me, era un bisogno primario. 
Lo scorso week-end è arrivato il grande giorno: alla partenza della Dolomitica 380 ero emozionato, certo, ma non teso, perché mi sentivo al mio posto, mi sentivo me stesso come non mai. Sapevo che ritmo mantenere, avevo pianificato le pause, l'alimentazione, l'abbigliamento, le luci da usare in salita e in discesa, così gli 11 passi dolomitici si sono succeduti uno dopo l'altro, i km si sono accumulati fino a quota 395, fino all'arrivo.
Non avevo pianificato tutto, però: l'alba sul Fedaia, l'azzurro abbagliante del Lago di Barcis, l'atmosfera bellissima tra noi partecipanti, con i team degli atleti supported che ti offrono una Coca-Cola e tutti che ti chiedono come va, se hai bisogno qualcosa. Non avevo previsto di partire per ultimo e di recuperare posizioni su posizioni, fino al quinto posto assoluto. Non avevo previsto di sfiorare il podio tra i self-supported, e di chiudere la gara in 20 ore e 25 minuti.
Non è stata solo una gara, questa: per me è stato un rito di passaggio. Non sono più quello di prima, dopo aver scalato quelle montagne, perché esperienze come questa ti cambiano: tirano fuori dei lati nascosti della tua mente, scavano in profondità nel tuo subconscio. Riportano a galla istinti sopiti e ancestrali, sensazioni dimenticate: tutte cose di cui, non so voi, ma io ho un bisogno assoluto. Tutte cose di cui non posso più fare a meno. 

lunedì 15 giugno 2020

Ricominciare

Questo post avrei voluto scriverlo un mesetto fa, alla fine del lockdown. Avrei voluto raccontarvi quanto è stato bello tornare a pedalare col vento in faccia dopo 55 giorni coi rulli al posto dell'asfalto e il ventilatore al posto della brezza primaverile, ma sinceramente non ce l'ho fatta. Se da una parte gioire in un momento così tragico mi sembrava fuori luogo, dall'altra ho preferito godermi il lento ritorno alla normalità senza perdere tempo. E non parlo solo di bici, dato che per  oltre tre mesi non ho potuto vedere i miei genitori, i miei fratelli e molti amici, tutti residenti al di là del confine regionale.

Poi finalmente le cose sono migliorate, i confini sono stati riaperti e ho ricominciato a pedalare: non solo per il piacere di sentirmi libero, per riscoprire i luoghi che amo e per andare a caccia di nuovi panorami ma anche, forse soprattutto, per continuare sulla strada intrapresa, e arrivare pronto alle gare che mi aspettano. Sul fronte agonistico, infatti, sono arrivate buone notizie: se il ciclismo "classico" non riprenderà fino al primo agosto, l'ultracycling non ha bisogno di aspettare, visto che le lunghe cronometro individuali, con tanto di divieto di scia, sembrano fatte apposta per soddisfare le nuove regole sul distanziamento sociale. La Dolomitica 380 è stata confermata per il primo weekend di luglio, e di conseguenza ogni mio sforzo è andato in quella direzione. Anche perché non si tratta esattamente di una passeggiata: tra le gare che avevo in programma è di gran lunga la più dura, con un Everest abbondante da scalare e  parecchie ore di buio da affrontare.

Dal punto di vista dell'allenamento, a poco più di due settimane dal via, devo dire che non avrei potuto fare di più, e che sono davvero felice dei passi avanti di quest'anno. Al di là dei numeri, che comunque sono i migliori di sempre per me, sono le sensazioni ad essere ottime. Mi sono testato su alcuni lunghi con parecchio dislivello e meglio non potrebbe andare: trovarsi gasato, fresco e con tanta voglia di continuare ad allenarsi dopo 15 ore in sella è qualcosa di difficile da spiegare, ma bellissimo da vivere. Certo, rispetto a tanti ultracycler che seguo sono indietro anni luce, ma il segreto per vivere bene lo sport è darsi degli obiettivi raggiungibili: mi accontenterei di tagliare il traguardo di Sarmede, non importa a quante ore dal primo classificato.
Dopo il timore della notte, questo weekend ho superato anche lo scoglio della privazione del sonno: venerdì sera sono uscito in bici alle dieci di sera e sono rientrato alle 4 del pomeriggio. 15 ore di allenamento (pause escluse) e 30 ore senza dormire: anche in questo caso sensazioni bellissime e difficili da spiegare.

Non ho nient'altro da raccontare. Non ho frasi ad effetto come altre volte, non ho riflessioni profonde da condividere. Ho solo voglia di scoprire dove mi porterà le bici. 

domenica 26 aprile 2020

Tipi da Zwift

Eccomi qui, dopo quasi 6 settimane di pedalate sui rulli, a scrivere di gare virtuali. Avrei dovuto essere nel pieno del GT Mediofondo e a un mese dal debutto ultraciclistico della Romagna Ultra Race. Invece ho approfittato della settimana "di scarico" del mio programma di allenamento stravolto per fare delle gare su Zwift... 
Ora, per chi non lo sapesse, il mondo di Zwift è composto, più o meno, da cinque categorie di ciclisti:
  1. Gli Zwifters duri e puri: hanno rulli che costano più delle loro biciclette, un sistema di ventilatori ottimizzato, connessioni internet paragonabili a quelle del Pentagono e una collezione di chiavette Ant+. Usano Zwift da quando in tutta Watopia c'erano 9,8km di strade percorribili e guardano con malcelato disprezzo gli appartenenti alle altre 4 categorie.
  2. Quelli che non mollano: prima della quarantena per loro i rulli erano creature mitologiche provenienti da dimensioni  parallele, o al massimo strumenti demoniaci che corrompevano Il Vero Ciclismo. Ai tempi del Covid sono venuti a patti con la coscienza, si sono accaparrati dei trainer smart a prezzi stratosferici e adesso zwiftano tutti i giorni, più volte al giorno, perché NON POSSONO MOLLARE, loro. Fanno almeno 5 gare a settimana, iscrivendosi casualmente alle categorie, dato che gli unici Watt di cui hanno sentito parlare sono quelli del microonde. Dal 15 marzo sono in overtraining, ma proprio per questo hanno rivalutato il ciclismo indoor, di cui ormai sono grandi fan. Perché Il Vero Ciclismo è Sofferenza, in fondo, no? 
  3. I Pro: categoria a parte, tra i pochi ad avere valori w/kg realistici. Se la ridono di tutti gli altri, si divertono e sono felici, perché tanto con tutti i km che hanno fatto in carriera hanno endorfine almeno per 3 o 4 anni.
  4. Quelli che barano: categoria diffusissima, e caratterizzata da ampia variabilità. Il rappresentante medio comunque è sulla cinquantina, alto un metro e settantacinque per 80 kg, con faccia porcina e capello unticcio. Il suo avatar invece è un incrocio tra il Brad Pitt dei tempi migliori e Tom Doumulin, ma con una decina di kg in meno. Il giretto di scarico lo fanno a 7 w/kg, disdegnano il cardiofrequenzimetro e per rullo smart intendono un rullo integrato con un decespugliatore. Battono regolarmente i pro, talvolta pedalando con una gamba sola, mentre mangiano le lasagne di zia Carmela. Se in chat gli nomini Zwiftpower spariscono, come per magia.
  5. I fissati: passano intere giornate a bilanciare le tabelle del nutrizionista sulla base della nuova routine del lockdown, a chattare col preparatore per adattare le schede di allenamento e a compulsare Training Peaks. Da settimane usano Zwift solo per allenarsi, perché hanno fatto una gara a inizio quarantena e le hanno prese da tutti, anche da quelli che non mollano (che ancora non erano in overtraining). La botta psicologica è stata forte, ma dopo qualche giorno di ascetismo mistico a 400 kcal/die hanno accettato questo mondo ingiusto, popolato da esseri indegni come quelli della categoria 4, e hanno trovato un precario equilibrio tra depressione, sconforto e disturbi ossessivi.
Ecco, io sono decisamente molto vicino alla categoria 5. Dalla depressione mi salvano solo gli anni di psicoterapia pregressi e il fatto che ne ho già prese tante, ma tante, nelle gare vere, che ormai non mi stupisco più di niente. Così qualche garetta l'ho fatta: ecco com'è andata.

Team Italy Specialissima Race
Gara di livello toppissimo, 37 km e mezzo con decine di pro, mazzi di under 23 e camionate di gente che bara. Mi iscrivo nella categoria A, anche se potrei correre nella B, perché la dignità non fa per me. In griglia ci sono Ciccone, Caruso, Bettiol, Colbrelli, gente tranquilla, insomma. C'è anche Alan Marangoni, e il tutto va in diretta sul canale di GCN Italia. Forse la diretta più divertente di sempre, sul celebre canale dedicato al ciclismo. Parto e do veramente tutto, anche se non sono proprio al massimo della forma. Chiudo 215°, a poco più di 6 minuti da Scaroni, primo dei pro. Non male, dai, quasi quasi provo una gara più lunga nel weekend, mi dico.

Zzcqualcosa, insomma, una gara polacca
Scelgo attentamente su Companion una gara lunga, con tanta salita e pochi iscritti. Il nome è impronunciabile, ed è l'ultima prova di una corsa a tappe di un cycling club polacco. 111km, 1685m di dislivello, sul percorso del Mega Pretzel. Il giorno della gara gli iscritti sono schizzati a quasi 600, con una ventina di pro tra cui un certo Warren Barguil. Bene, dai. Scendo in griglia comunque molto carico, pronto a godermi 3 ore e mezza di sgroppata. Pronti via, mi piazzo intorno alla 200a posizione, e dal 40° km inizio una lenta rimonta. Jungle, Epic Kom, Volcano, Hilly Kom, Jungle di nuovo: le gambe vanno proprio bene e salendo la seconda volta verso l'Epic Kom mi trovo intorno alla 155a posizione. Scollino con un ottimo gruppetto e... E niente, il Bluetooth mi fa ciao ciao e perdo il segnale dei rulli, che non si riconnettono finché non riavvio l'app. Gara finita. Dopo 99 km su 111. Mi consolo pensando che 2 ore e 56 minuti a 245 W medi ponderati non sono affatto male per uno che ha impostato il peso reale di 68 kg... Quelli del mio gruppetto arrivano a poco meno di mezz'ora dal primo, che è proprio Barguil. 

Crit Race del tutto casuale
20 minuti dopo il ritiro alla gara polacca, in uno stato di trance agonistica inarrestabile, sono al via della prima gara che trovo, un circuito tipo a Londra, o forse a Richmond. Parto a tutta, sto a metà classifica con le gambe che urlano disperate e al decimo km perdo di nuovo il segnale dei rulli. Mi sa che c'è da aggiungere una sesta categoria a quelle sopra: quelli che proprio non ce la fanno.

Nota divertente: anche Silvia ha fatto una gara, per la prima volta. Categoria sole donne, over 68 kg: al via metà degli avatar aveva la barba e tre su quattro un BMI da ricovero per malnutrizione. Su 63 iscritti solo due risultano nelle classifiche ufficiali di Zwiftpower. Ovviamente Silvia vince. Dando 25 muniti alla seconda. C'è chi ce la fa, e chi no...

sabato 11 aprile 2020

Un mese di rulli

Eccoci qua, a un mese o poco più dall'inizio dell'incubo che ha sconvolto le vite di tutti e portato via le vite di tanti.
Non è facile parlare di una cosa tutto sommato futile come lo sport, in questi momenti, ma credo sia importante continuare a farlo, perché se stiamo combattendo, se stiamo resistendo, è per poter tornare al più presto alla nostra vita di sempre, alla nostra routine e alle nostre passioni. Dimenticarsi di ciò che amiamo significa arrendersi al virus.
Ma bando alle ciance, in questo post veloce voglio essere un po' meno riflessivo e melenso dell'ultima volta, quindi vi racconto semplicemente cosa ho fatto in questi 34 giorni di rulli, premesso che oltre alla bici ho puntato l'attenzione anche su Yoga e palestra.
Con oggi, dal 9 marzo, sono a 1653,7 km indoor, tra rulli standard (le prime due settimane) e smart, per un totale di circa 63 ore in sella. Da quando ho avuto la possibilità di utilizzare Zwift ho sempre pedalato tra Watopia e gli altri mondi disponibili grazie all'app: ero molto curioso di scoprire il suo funzionamento e trovo che la commistione di training e videogame sia, per dirla chiaramente, una gran figata. Adesso sono a livello 15, ho conquistato quasi metà dei badge disponibili e mi sono già "comprato" (nel drop shop, una sorta di negozio virtuale che permette di pagare con le "gocce di sudore" accumulate) una bella bici da salita, delle ruote superleggere e delle tamarrissime ruotazze da pianura. Ci sono anche le gare, su Zwift, e non ho resistito alla tentazione: ho corso una crono da 17 km, sfruttando l'evento per fare un test FTP e piazzandomi sedicesimo su una sessantina di parenti, a 4,1 W/kg. Non male. 
Quanto alle tabelle di allenamento, le ho profondamente riviste in modo da diminuire le ore per seduta; nel mio caso, outdoor, sarebbero state davvero tante. Di conseguenza ho pedalato poco, ma tutti i giorni, a volte anche in più sedute brevi: su strada, in questo periodo, avrei dovuto fare uscite da 10-12 ore, coi rulli non sono mai andato oltre le 5 ore. È strano allenarsi in questo modo, ma è sempre meglio andarci piano, indoor. Certo, la cosa più strana è accontentarsi di un badge virtuale per aver pedalato 100 miglia davanti a un ventilatore, quando sei abituato a partire all'alba con l'obiettivo di vedere il tramonto... Ma è questo quello che posso fare ora, e di certo non mi lamento. Una cosa è sicura, però: la prima uscita, dopo la lunga quarantena, sarà meravigliosa. 

venerdì 3 aprile 2020

Arrivederci RUR

Già in tenera età manifestavo alla grande la tendenza ossessiva che mi contraddistingue ancora oggi: non giocavo a calcio ma cercavo, in solitudine, di stabilire il record di palleggi contro il muro. Non giravo in bici per il paese ma preferivo contare il numero di giri percorsi su un circuito tutto mio, tra un albero e un tombino, girando intorno al garage o costeggiando una staccionata. Stilavo statistiche sulle specie di uccelli avvistati in giardino,  ed annotavo su un vecchio quaderno il numero di avannotti che pescavo con un colino, nei placidi pomeriggi estivi in riva al fiume.
La sera passavo ore ed ore a sfogliare l'Atlante Geografico DeAgostini, immaginando luoghi mai visti, ipotizzando stati improbabili, strade impossibili. Ricordo ancora le mie fisse geografiche ricorrenti: l'Isola di Guam e la creazione di uno stato autonomo per i boscimani del Kalahari, in Botswana.
Questo mio modo di essere, ossessivo, curioso e strampalato, si è evoluto ed è mutato molto, nel tempo: a volte, come all'università, è stato un'arma poderosa; a volte, più spesso, un'arma a doppio taglio, capace di farmi sentire strano e diverso, capace di farmi perdere in un mare di pensieri ricorrenti e negativi, deprimenti ed autolesionisti.
Poi è arrivata la bici, o forse è solo tornata dato che, anche da ragazzo, non mi ha mai  del tutto abbandonato. Mettersi a pedalare seriamente, sei anni fa, è stato come tornare bambino: quasi di colpo ho ritrovato la felicità innocente di quei giochi  che erano bislacchi, certo, ma che riempivano il mio mondo.
Invece dell'Atlante mi sono ritrovato a passare le ore su Strava e Google Maps, a pianificare giri ed uscite, ad immaginare strade e montagne mai viste, ad analizzare grafici e pianificare allenamenti.
C'è un posto su cui sono finito a fantasticare  molto spesso: una fascia di Appennino tra Romagna e Toscana di cui so pochissimo, che dalle mappe sembra selvaggia e che dai nomi dei paeselli sembra promettere dei gran bei posti. Più di tutto è il Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi a stuzzicare la mia curiosità: il nome evoca boschi fitti, alberi secolari e natura incontaminata. Mi guardo bene dall'andare a scoprirne qualcosa di più: un sogno infantile vale molto più delle foto che potrei trovare su Google.
Ecco, sono un po' di anni che fantastico su questi posti, quindi figuratevi quanto ero contento di poter debuttare nel mondo dell'ultracycling proprio su quelle strade, alla Romagna Ultra Race 310. Non avrei potuto chiedere di meglio: fin da novembre ho organizzato tutto il mio piano di allenamento intorno alla RUR, e mai come quest'anno il training plan stava dando i suoi frutti.
Poi è arrivata la pandemia e, in mezzo a drammi ben più terribili, anche i piccoli sogni di noi sportivi si sono infranti. Niente RUR, per quest'anno: la decisione degli organizzatori, più che condivisibile, è arrivata lunedì. Ho letto la mail subito dopo aver finito una ride di riscaldamento su Zwift, appena prima di iniziare la seduta dedicata alla forza.
Mentirei se dicessi che la notizia mi ha intristito. In un momento come quello che stiamo attraversando non credo di avere il diritto di intristirmi per così poco, e poi, appena letta la mail, ho deciso che la farò nel 2021, la RUR, e magari nelle versione lunga, da 550 km. Ho fatto il mio allenamento col sorriso, mi sono goduto una bella ciotola di crema al mascarpone come recovery e ho subito rivisto il planning per puntare ad essere al top alla Dolomitica 380 di luglio, sempre che non venga cancellata anche quella.
È un gran bel vantaggio saper accettare la parte più infantile di sé, saper continuare a giocare anche da grandi: le delusioni passano così in fretta che quasi non te ne accorgi. L'importante è avere qualcosa a cui pensare: le nuove tabelle di allenamento, il lungo, lunghissimo giro che farò appena si potrà uscire di casa, le cronoscalate ancora in programma per giugno e la ride a stomaco vuoto di domani mattina. L'importante è avere un gioco, anzi di più, l'importante è continuare a giocare a quel gioco bellissimo che è la vita. 

venerdì 20 marzo 2020

Resilienza e quarantena

Eccoci qua: in poche settimane il nostro paese e il mondo intero si sono trovati catapultati in un incubo pandemico che nessuno si aspettava. Pensando a chi sta perdendo i propri cari, a chi sta lottando tra la vita e la morte, a chi lavora senza sosta negli ospedali, i problemi che possiamo avere noi altri, che al massimo ce ne stiamo sul divano a guardare serie TV, sono davvero poca cosa.
Poco importa se la stagione agonistica sarà del tutto stravolta, poco importa se non posso uscire a godermi il sole caldo della primavera, chi se ne frega se mi tocca pedalare sui rulli invece che tra i boschi e i prati fioriti.

Eppure... eppure i momenti come questo ci fanno capire quanto sono importanti le piccole cose, quanto la routine di ognuno di noi sia preziosa. Avrei tanto voluto correre le prime gare del GT Mediofondo, avrei davvero voluto fare i primi allenamenti sopra le 10 ore, in vista della Romagna Ultra Race. E forse non è così sbagliato soffermarsi a pensare per un attimo a ciò che l'epidemia ci sta portando via: il desiderio di normalità, infatti, può spingerci a fare tutto il possibile per ritornare alle nostre gare, alle nostre vacanze e ai nostri aperitivi.

Intanto siamo qua, tappati in casa come è giusto che sia. Io me lo vivo, questo momento, un po' come i momenti difficili che capitano in gara. Un po' come quando buchi o quando vai in crisi, quando piove o quando arrivi a quella salita che proprio non ne hai più. Sono i momenti in cui non basta resistere, ma serve sviluppare una strategia mentale alternativa. Serve resilienza: una caratteristica che non ha nulla a che fare con i watt, ma che tante volte fa la differenza.
Questa sfida, però, è ben più difficile: non dobbiamo superare una salita ostica o un avversario agguerrito, non ci basterà resistere per qualche ora al freddo o al mal di gambe. Si tratta di reggere per settimane, e il nostro obiettivo non è semplicemente tagliare un traguardo fisico: il nostro obiettivo, in questa lunga quarantena, è di riuscire ad approcciarci allo sport che amiamo in modo diverso dal solito, senza perdere la motivazione e senza lasciarci abbattere dal non poter vedere il frutto di tutti gli sforzi fatti fin qui. Dovremo dedicarci allo sport che amiamo senza pedalare all'aperto, continuare ad allenarci non sapendo bene quando si tornerà a gareggiare. E tutto questo mentre ogni ambito della nostra vita è sconvolto dalle restrizioni volte ad evitare il contagio. Mentre migliaia di persone sono in un letto d'ospedale.

Essere resilienti, in questo periodo, significa saper orientare i propri pensieri in modo da vivere positivamente e serenamente la bici (e la vita), nonostante la situazione drammatica che c'è là fuori. Il primo passo, secondo me, è iniziare a pensare alla mente come a qualcosa di allenabile e condizionabile. Perché posso allenare un bicipite e non il modo in cui ragiono? Non ci saranno dei pensieri che possono funzionare per il mio umore un po' come i manubri per la braccia? Io credo di sì. La serenità è una cosa che si conquista, esattamente come i buoni piazzamenti in corsa. Serve allenarsi, e un'occasione come questa è perfetta.
Ecco, in breve, cinque strategie mentali che personalmente trovo molto utili in questo periodo.

Punto primo: lagnarsi sta a zero. Non serve lamentarsi di situazioni che non posso cambiare. Sono in quarantena e non ci posso fare nulla: i se e i ma sono solo perdite di tempo, e accettare le condizioni al contorno mi fa risparmiare un sacco di fatica e pensieri negativi. È come quando piove: non serve pensare a quanto sarebbe bello se ci fosse il sole, serve prendere l'ombrello.

Punto secondo: obiettivi, obiettivi, obiettivi! Piccoli o grandi, a breve o a lungo termine, abituarmi a pensare spesso e in modo positivo ai miei target mi è di enorme aiuto. Un'ora di rulli, un libro da leggere, una lingua da imparare, lavorare almeno due volte a settimana sul gesto della pedalata, un TSS settimanale di 500, la gara di metà giugno (sarà finita per allora, no?), le ferie a fine agosto, il campionato che voglio fare nel 2021, un viaggio in bici per celebrare la fine della quarantena. Ogni obiettivo, ciclistico o meno, è benvenuto.

Punto tre: focalizzazione. Gli obiettivi sono solo parole. Per motivarmi, e soprattutto per sopravvivere serenamente a questo brutto periodo, cerco di passare dalle parole alle sensazioni. Chiudo gli occhi, e mi immagino lì, sul traguardo di quella gara, in cima a quella montagna, sul podio o semplicemente in vacanza, su una spiaggia assolata. Cerco di immedesimarmi il più possibile in quella situazione, cerco tutte le emozioni di quel momento. È quasi meditazione, e  mi carica tantissimo.

Punto quattro: novità. Trovo che essere aperti alle novità sia indispensabile, e anche questa è una qualità che va allenata. Per esempio, sono sempre stato molto, ma molto poco affine all'allenamento indoor. Anche a gennaio preferisco uscire e allenarmi all'aperto, forse perché non soffro particolarmente il freddo. In questi giorni invece mi son messo d'impegno. Mi sono detto: "Proviamoli, 'sti rulli, chissà mai che poi mi diverto pure". Mi sono dato una serie di obiettivi, mi sono sciroppato 16 ore di allenamento in 7 giorni, e alla fine mi sono divertito davvero. Con Silvia abbiamo ordinato dei rulli interattivi, e non vedo l'ora di mettermi su Zwift. Fidatevi, non avrei mai e poi mai pensato di trovarmi, un giorno, a scrivere una cosa del genere.

Punto cinque: fare il grande salto. Questo è il momento migliore per pianificare, e soprattutto prenotare, una grande impresa o un grande viaggio, perché c'è tutto il tempo per studiare, e il nuovo obiettivo è un bell'aiuto quando si tratta di mettersi sui rulli.
A questo proposito io la mia grande impresa l'ho scelta: ho fatto la preiscrizione alla Race Across Italy del 2021. La RAI è la gara che sogno almeno da 5 anni: 775  km no-stop, 10000m di dislivello in 48 ore di tempo limite. L'idea di trovarmi, tra poco più di 400 giorni, al via di questa manifestazione, mi fa sentire le farfalle nello stomaco. Perché guardare avanti è il modo migliore per superare i momenti bui. Perché bisogna ricordarsi, anche quando la notte è più scura, che il sole sorgerà di nuovo.

giovedì 5 marzo 2020

Il virus e il silenzio

Più passa il tempo, più apprezzo il silenzio.
Il silenzio di una pedalata solitaria, il silenzio di una salita che conoscono in pochi, il silenzio della natura e ancora di più il silenzio dei miei pensieri. Perché col passare degli anni, a furia di pedalare, di praticare lo Yoga e di meditare, i pensieri nella mia mente si sono fatti sempre meno affollati. Lo sport come piace a me, fatto di lunghe distanze e solitudine, mi ha insegnato ad estraniarmi, ad escludere istintivamente non solo i pensieri negativi, ma in generale i pensieri inutili. Mi ha insegnato ad ascoltare il mio corpo in ogni istante, da una parte per godermi tutte le sfumature che l'impegno fisico sa dare, dall'altra per analizzare a ciclo continuo i mille segnali che le gambe mi mandano.
Non pensare mi fa bene: mi posso godere i colori di questo assaggio di primavera, i profumi dei fiori, l'emozione di una discesa a picco sul lago.
Non fraintendete: non c'è nulla di poetico in tutto ciò, nulla che sia filtrato dalla classica retorica del ciclismo epico, del superare i propri limiti, del super-uomo a due ruote. La mia dimensione mentale, negli ultimi tempi, è un crogiolo che ribolle di sensazioni istintive, fisiche e non filtrate, nemmeno nella mia testa, dalla lente del linguaggio. Sensazioni in qualche modo ancestrali: il cuore che batte, le gambe che pompano, quel sentirsi lì, in mezzo al mondo.
Ogni tanto, nelle giornate di scarico, prendo la gravel e vado nei boschi. Mi fermo, tolgo le scarpe, mi siedo vicino a un albero, e lascio che tutte le impressioni di quel momento mi travolgano. Escludo tutti i filtri che il nostro mondo razionale ci impone. Sto lì per qualche minuto e i colori dell'erba secca, il profumo della terra che si risveglia, lo stormire delle fronde sopra di me mi regalano sensazioni così belle da essere commoventi. Sensazioni di cui ho sempre avuto un bisogno spasmodico, ma che non avevo mai avuto la fortuna, o il coraggio, di trovare.

C'è il Coronavirus, là fuori e le gare sono rimandate almeno fino ad aprile. C'è il Coronavirus, là fuori, e tutti ne parlano, tutti dicono la loro. Sapete una cosa? Io non sono un virologo e nemmeno un politico. Posso concedermi il lusso di non dire nulla, anzi di più, posso evitare di pensarci: formarsi un'opinione senza avere alcuna base è quanto meno un inutile spreco di energie.
Le gare non ci sono e mi basta sapere questo. Ho trasformato le settimane di tapering in settimane di scarico e test, per il resto gli allenamenti break-trough e recovery continuano ad alternarsi come sempre, come le salite e le discese, il giorno e la notte, l'estate e l'inverno.
Piuttosto che pensare a ciò che non posso cambiare mi prendo un po' di tempo per me, per cercare quelle cose che mi fanno stare bene, quelle sensazioni che mi fanno sentire vivo, quei posti così belli da non sembrare veri. Mi prendo del tempo per non pensare: chiudo la mente a questo oceano di stimoli ed informazioni che rende il mondo intero nevrastenico e infelice, e mi apro alla percezione pura, istintiva, naif e meditativa di una lunga pedalata tra i monti.