martedì 29 gennaio 2019

Ricominciare


Finalmente, dopo due mesi abbondanti di stop, a inizio gennaio ho ricominciato a pedalare  e da qualche giorno anche ad allenarmi quasi seriamente. Gambe di legno a parte, tornare in bici è stato bellissimo. Ho provato la Toughroad, che si sta rivelando una gran bici, e ho anche fatto un primo video su di lei, a cui ne seguiranno altri. Di idee per viaggi e avventure con la mia gravel ne ho già in testa una marea, ma prima dovrò settarla per bene dal biomeccanico, perché mi da qualche noia alle ginocchia. Lo farò verso fine settimana o settimana prossima, in un lungo pomeriggio di misurazioni con tanto di test Conconi per scoprire quanto sono scarso e sistemazione della tacchette sulle nuove scarpe.
Nel frattempo mi dedico alle SFR, a qualche intermittente e soprattutto a ritrovare quelle sensazioni che, mi viene da dire, solo la bici sa darti. Ma è così vero che solo la bici sa dartele? Ho fatto un sacco di sport, in passato, sempre a livelli scandalosamente scarsi, e anche il karting, la canoa, la corsa, il calcio e la palestra mi facevano stare terribilmente bene. Endorfine, adrenalina, serotonina? Quali siano i responsabili chimici del benessere da sport non è facile dirlo. E poi, importa qualcosa? Per un paio di milioni di anni abbiamo vissuto scorrazzando tra boschi e savane, come nomadi dediti alla caccia, alla pesca, all'inseguimento delle perde e alla fuga dai predatori, senza metropolitana, senza computer, senza orologi e camice stirate. Per milioni di anni il nostro corpo e la nostra mente si sono adattati a una vita fisica, faticosa, fatta di lunghi spostamenti e cacce estenuanti, di lotte all'ultimo sangue, di serate a guardare il tramonto, di notti intorno al fuoco, in compagnia di una storia. Forse è solo una suggestione, ma forse è per questo che la bici ci fa stare così bene, che lo sport per tanti diventa una droga, una di quelle poche droghe che fanno bene. Quello che cerchiamo negli sport è  semplicemente quello per cui siamo fatti. Abbiano bisogno di fare fatica, oltre che di stare stai sul divano, di grandi spazi invece che di piccoli uffici, del sole in faccia, non delle luci al neon.

venerdì 11 gennaio 2019

Giant Toughroad, recensione di una gravel da viaggio

Era un po' che non facevo un video. Sarà perché non è un mezzo con cui mi trovo molto a mio agio, il video, è di vede... Comunque oggi vi presento la mia Toughroad, una gravel pensata per i lunghi viaggi ma anche per divertirsi ogni giorno. Una bici con cui mi preparo ad affrontare lunghi viaggi ed esplorazioni, adesso che ho ripreso a pedalare.


venerdì 4 gennaio 2019

La passione dietro ai numeri


Se tra i vostri amici di Facebook ci sono tanti ciclisti l'avrete notato: l'ultima settimana dell'anno e i primi giorni del 2019 sono stati tutto un pullulare di post, foto e video relativi alle... STATISTICHE. Tutti condividono quanti km hanno fatto, quante uscite, quanto dislivello, quante gare, quanti piazzamenti, quanti podi, quante vittorie. Ecco, se non siete dei ciclisti competitivi tutto questo può sembrarvi assurdo: una sfilza di dati di cui non frega niente a nessuno, un modo un po' naif per darsi un tono, un chiaro sintomo di disturbo ossessivo. Eppure, fermatevi un attimo: se un gran numero di sportivi ci tiene così tanto, ai numeri, ci sarà pure un motivo.
E in effetti c'è. Perché dietro a quei numeri ci sono degli uomini e delle donne che fanno spesso dello sport la loro prima passione, e non è facile spiegare cosa sia questa passione a chi lo sport non lo pratica, o a chi non ha velleità agonistiche. La passione è quella cosa che ti fa alzare presto al mattino per andare a correre, che ti fa salire in bici dopo il lavoro, quando sei stanco, per fare km e seguire noiosissime tabelle, che ti fa uscire anche se piove, anche se fa freddo, che ti fa seguire un regime alimentare rigido per mesi, senza sgarri, che ti fa sacrificare le domeniche per andare a 200 km di distanza e attaccarti un numero sulla schiena. Noi che facciamo granfondo siamo gente che si fa 10, 20, 30 mila km all'anno. Sono tra le 500 e le 1500 ore all'anno in sella, e poi ci sono quelle in palestra, lo stretching, le ore dal preparatore, dal meccanico, dal biomeccanico. Tutto questo per tagliare il traguardo di una gara di cui la maggior parte del mondo non sa nulla, magari in quarantesima posizione, magari in duecentesima. E per molti di noi un duecentesimo posto è già un successo.
Perché tutto questo? Perché una vita di routine non ci basta, perché al di là di un lavoro tranquillo e degli affetti familiari abbiamo bisogno del brivido, della sfida, della fatica, di quella sensazione unica che provi quando tagli il traguardo e pensi ce l'ho fatta. Pensate sia strano? Invece non c'è niente di più atavico, di più primordiale, di più profondamente umano di quelle sensazioni. Se corri l'adrenalina della gara è, semplicemente, quella cosa che ti fa sentire te stesso, e non importa se ti giochi la vittoria o se arranchi a un'ora e mezza dal battistrada.
Non per niente alle granfondo ci presentiamo in mille, duemila, cinquemila, dieci o dodicimila negli eventi più prestigiosi. Dietro a tutti quei numeri c'è anche questo: un popolo che si muove, spesso con le famiglie al seguito, e che di conseguenza muove un bella quantità di soldi. Un popolo fa girare l'economia, che riempie gli alberghi e i ristoranti dei territori dove si corre, che quei territori spesso li vuole conoscere, vivere, e fruire anche al di là della bicicletta.
Magari siamo fastidiosi, con tutti quei post che snocciolano numeri, medie, kilometri e prestazioni di cui non frega niente a nessuno, magari siamo un po' ingenui, un po' naif, un po' infantili ad emozionarci per un piazzamento nei primi cento in una gara amatoriale. Piccole soddisfazioni, buone prestazioni, tempi sulle salite: tutti quanti abbiamo raggiunto qualche obiettivo, quest'anno, e sapere di avercela fatta, anche in qualcosa di piccolo, anche in qualcosa di minimale, ti fa sentire fiero di te, ci sprona a migliorare, ci fa vivere meglio. Non prendeteci troppo in giro, per piacere, sopportateci piuttosto, e magari provate a prendere esempio: perché vivere con una passione, con una passione forte, che ti scalda il cuore anche quando fuori piove e fa freddo, fidatevi, è fottutamente bello.


Ma veniamo alle cose importanti: lo so che state aspettando con ansia le mie statistiche, miei numeri, i miei risultati. Vi accontento subito.
I miei obiettivi per il 2018 erano: 12000 km, arrivare nei primi 100 della classifica assoluta di una GF almeno una volta, chiudere una volta nei primi 10 di categoria e finire tra i premiati in Coppa Piemonte.
I 12000 km li ho raggiunti per il rotto della cuffia, nonostante il lungo stop per colpa dell'incidente. Con le gare è andata meglio: 14 Granfondo, tutte portate a termine sul percorso lungo (tranne la Lago Maggiore, dove ho fatto da gregario a Silvia sul medio), 7 piazzamenti nei primi 100 e 4 nei primi 10 di categoria. Miglior piazzamento il 72° posto a Salice Terme, decisamente la mia gara migliore: lì ho chiuso al 6° posto nella mia categoria, e soprattutto ho vinto il Giro delle Regioni CSAIN Nord-Italia Fondo, portandomi a casa una maglia di campione che resterà sempre tra i miei ricordi più cari. La Coppa Piemonte l'ho chiusa con un incredibile (e fortunato) 2° posto di categoria, mentre in Coppa Liguria (campionato che ho scelto di affrontare solo per prepararmi bene alla Coppa Piemonte) sono finito 4°. Molto più di quanto un brocco come me poteva aspettarsi in tutta la sua carriera ciclistica, considerando che ho iniziato con la bici nel 2014, a quasi trent'anni. E anche qui ci sarebbe molto da dire: è proprio vero che lo sport è per tutti, e che con un po' di impegno tutti si possono prendere delle piccole soddisfazioni.



Un'ultima nota, per chi ama i numeri: i social hanno capito benissimo che dietro ad ogni sportivo c'è una decisa e malcelata tendenza ossessiva. Strava ti propone un video con tutte le tue statistiche e una serie di curiosità sugli utenti in generale: dove si corre e si pedala di più, la lunghezza media dei giri e delle corse, i cibi che compaiono di più nelle descrizioni delle attività, le foto più belle, gli atleti più interessanti, le storie più incredibili e mille altre cose. Un po' di curiosità le trovate a questo link: se siete iscritti al social da qui potete creare il vostro video, ma più in basso sulla pagina ci sono tutti i dati sulla comunità. Io, che sono un ciclista ma soprattutto un ossessivo, queste cose le amo alla follia.

sabato 29 dicembre 2018

Vittoria Bussi, questa sconosciuta


Scommetto che tutti sapete chi sono Bradley Wiggins, Rohan Dennis e Fausto Coppi. E almeno il 30% di voi sa dal record dell'ora di Moser, nell'84. Se siete giovani ne avrete sentito parlare, se siete un po' meno giovani vi ricorderete di quale eco mediatica ebbe a suo tempo. Scommetto, però, che neanche il 15% di voi sa qualcosa di Vittoria Bussi, e che fino a qualche giorno fa la percentuale sarebbe stata molto più bassa. Eppure Vittoria, il 13 settembre, ha fatto proprio quello che hanno fatto anche Coppi, Moser, Wiggins e Dennis: ha conquistato il record dell'ora, ad Aguascalientes, in Messico, percorrendo 48,007 km in un'ora. Nessun servizio al telegiornale, ben poche interviste, al massimo qualche breve trafiletto, almeno fino a qualche giorno fa, quando il Corriere della Sera le ha finalmente dedicato una corposa intervista
Perché la sua impresa è passata sotto silenzio? Perché è un'impresa al femminile, innanzitutto, e sappiamo bene quanto lo sport in rosa fatichi a trovare un minimo  di spazio in questo paese. Perché il ciclismo su pista non se lo fila nessuno, e di conseguenza nessuno si fila gli anni di sacrifici e di fatica di chi si dedica a una disciplina tutt'altro che facile, in un paese dove non ci sono manco i velodromi.
Ok, direte voi, non sarà conosciuta dal grande pubblico, Vittoria, non sarà finita più di tanto sui media, ma avrà pure la sua squadra, i suoi sponsor, sarà un'atleta professionista e ben pagata. Invece no. Primo perché il professionismo, a livello femminile, non è riconosciuto in Italia, secondo perché, come racconta nell'intervista, la squadra se l'è fatta lei insieme al fidanzato, e i possibili sponsor guardano più ai follower su Instagram che ai risultati in pista. Tranne alcuni partner  prevalentemente tecnici le spese sono tutte a suo carico: migliaia di euro per il passaporto biologico, altre migliaia per spostarsi ed allenarsi. E qualche sponsor minaccia pure di mollarla, dato che sui social non ha grandi numeri. Nel marketing di oggi vale di più un'influencer che tira fuori le tette, insomma, di qualcuno che sta scrivendo la storia del ciclismo.
Io Vittoria la seguo da un anno, ma l'ho conosciuta solo per caso: me ne ha parlato la mia compagna, Silvia, che è ambassador per LIV, unico marchio 100% dedicato alle donne e tra i pochi sponsor su cui Vittoria può contare. Eppure ci sono tanti altri ragazzi e ragazze come lei, là fuori, che meriterebbero sostegno, che si fanno il mazzo, che hanno storie incredibili da raccontare. 
Cosa voglio dire, con questo post, che il mondo è brutto e cattivo, che tutto ciò non è giusto? Bella novità, non mi basta essere così banale. Voglio aggiungere qualcosa al discorso, se no tanto valeva repostare l'articolo del Corriere. Voglio chiedermi: cosa posso fare per dare una spintarella nella giusta direzione, cosa possiamo fare per dare una mano a tutti quegli atleti che come Vittoria fanno grandi cose, ma che restano nell'ombra, cosa possiamo fare per quelli che non hanno i mezzi, e che in questo sistema malato si vedono fregati dal gonzo di turno, che non sa cos'è una guarnitura ma ha comprato 10mila followers?
Per prima cosa seguire Vittoria su Instagram e Facebook, poi cercare altri uomini e donne come lei, che inseguono i sogni e si sbattono per trasformarli in realtà. Ma poi, possiamo non limitarci ad un freddo like, a uno share sulla fiducia. Possiamo approfondire. Possiamo perdere qualche minuto per capire cosa fanno veramente, per incitarli, per interessarci a tutte le storie incredibili che lo sport ci offre, per scegliere un prodotto anche in base alla strategia pubblicitaria che c'è dietro. Usare i social con un po' di testa, un po' di curiosità e di spirito critico, perché in fondo siamo noi il grande mare in cui pescano i brand, il grande pubblico a cui si rivolge il marketing. È un vecchio detto, ma forse ha ancora senso: cambia te stesso, e cambierai il mondo

venerdì 21 dicembre 2018

Tra ghiaia e moda: il fenomeno gravel non è come gli altri


L'altra mattina YouTube mi avvisa di un nuovo commento di un utente sotto al video I 9 motivi per cui ho comprato una gravel-bike. Vado a leggerlo: il tizio in questione, nickname Edo, suggerisce una motivazione in più: "10) sono un fighetto e il marketing, ancora una volta, ha fatto breccia". Non ci metto molto a rispondergli che sì, in effetti sono un fighetto e il marketing mi piace pure, quindi probabilmente sono anche una brutta persona, ai suoi occhi. Poi però ci ragiono un po', sul marketing e sul fenomeno gravel, e adesso vi spiego perché credo che questa moda sia diversa dalle altre.
Prima cosa: Edo sottintende che la filosofia gravel sia stata pompata dalla pubblicità, e questo è sicuramente vero. Ora: il marketing non è una novità, e non lo sono nemmeno quelli che disapprovano l'inventiva, l'abilità e la creatività di chi si occupa di vendere, snobbando le migliaia di persone che con la pubblicità ci campano, come con qualsiasi altro lavoro. Beati loro.
Seconda cosa (quella più importante): dietro ad ogni moda c'è sempre un prodotto, ed è la validità del prodotto a determinare successo e durata di quel trend. A fine '800 i manifesti murali promuovevano dei trabiccoli a due ruote dotati di pedali, e in molti sicuramente avranno gridato all'ennesima moda passeggera. Invece, a distanza di un secolo e passa, le biciclette le usiamo ancora; e se siamo qui a parlarne è proprio perché il prodotto era valido. Al contrario, pensate Google Glasses. Chi se li ricorderà tra vent'anni? Nessuno, perché nonostante l'enorme campagna di marketing, non erano un prodotto valido.
Ecco, secondo me la gravel, intesa sia come tipologia di bicicletta che come filosofia, non è solo un prodotto valido: è soprattutto un prodotto che trova la sua validità nell'essere concettualmente molto lontano dalla gran parte dei trend ciclistici degli ultimi vent'anni. Vi spiego perché con un altro esempio di flop: le Fat Bike. Bici che hanno goduto di tre o quattro anni di fortuna globale, ma che in origine erano pensate per muoversi su sabbia e neve. Un prodotto estremamente settoriale, quindi, pensato per un uso molto specifico, esteticamente accattivante ma ben poco adatto a qualsiasi uso "normale". Il mondo della bici, da decenni, si muove proprio così, proponendo prodotti sempre più specifici per creare nuove nicchie di mercato. La bici da strada si è evoluta in modelli da salita, endurance, aero, all-arounder, mentre le mountain bike, in pochi anni, si sono trasformate in XC, trial, enduro, downhill, hard-tail o biammortizzate. Lasciamo perdere poi, il mondo della componentistica, che solo tra i tipi di ruote c'è da perdere la testa.
Tutta questa premessa è per arrivare a dire che la gravel, come bici e come filosofia, è l'esatto opposto di tutto ciò. È una bici che va bene per fare tutto: strada o sterrato, lunghi viaggi o tragitti urbani, gare di ciclocross o passeggiate domenicali. È una bici che nasce cheap, robusta ed economica, ma che può anche essere ricercata e fighetta. Può piacere al rude boscaiolo come al fashion blogger. È il contrario di una nicchia di mercato.
Anche la filosofia gravel sembra diversa dalle altre, perché è inclusiva anziché esclusiva. Bici in acciaio recuperate e riadattate, marchi sconosciuti e grandi case produttrici, mezzi da 700€ e da 7000, manubri dritti, manubri drop, manubri di ogni forma e dimensione, va bene tutto e tutto è bene accetto negli eventi gravel. Lo stesso vale per le persone, perché a questo nuovo fenomeno si avvicinano bikers esperti, granfondisti, neofiti indecisi, randonnèur, turisti da lunghe distanze e gente che cerca semplicemente un mezzo per spostarsi da casa al lavoro. La gravel alla fine è la bicicletta che torna alle origini, a quando una bici era solo una bici e ci facevi di tutto; non per niente, anche a livello di geometrie, molti modelli ricordano da vicino le biciclette dei tempi di Coppi e Bartali, quando le salite non erano asfaltate e le tappe del Giro d'Italia erano lunghe 300 km.
Certo, direte voi, ma adesso stanno già inventandosi coperture specifiche da gravel, abbigliamento specifico, sospensioni specifiche, è tutto un marketing, tutto un modo per far soldi. Io dico che mi va benissimo se c'è più scelta, se posso spaziare tra un sacco di soluzioni e prodotti diversi, se posso approntare la mia gravel-bike per ogni evenienza. E dico anche che non c'è nulla di strano nel fatto che la gente se li inventi, questi prodotti specifici, perché di qualcosa dovrà pur campare. Non sono snob.
La gravel, nella sua concezione resta un mezzo semplice, versatile, personalizzabile, buono per tutti gli utenti e per tutti gli usi. Ed è per questo che, vedrete, sarà tutt'altro che una moda passeggera.
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sabato 15 dicembre 2018

2019 - Work in progress

Ricordi dell'estate: fine giugno, Courmayeur, Granfondo La Montblanc. Eravamo belli e magri... Tutte le mie foto le trovate su Instagram @mariofavini 

Il Natale si avvicina, con il tradizionale carico di carboidrati complessi, zuccheri e parenti molesti. I buoni propositi vacillano, la bilancia spaventa, le crisi familiari incombono e il rischio di crollo nervoso si fa concreto. L'amatore medio pensa alla nuova stagione, è in astinenza da competizione, pianifica, progetta, e già gli sembra di percepire nell'aria il profumo della primavera, allucinazione olfattiva tipica di chi passa più di quattro ore a settimana sui rulli.
Ma le ferie sono anche il momento giusto per pianificare il 2019, e pure io sto iniziando a chiarirmi le idee. 

Il mantra dell'anno nuovo sarà: ampliare gli orizzonti. Il mio 2018 è stato un anno 100% orientato alle granfondo: picchi di forma pianificati, uscite mirate, lavori specifici, tapering calibrato. I risultati sono arrivati alla grande (una volta sono addirittura arrivato settantaduesimo! 🤣), è stato un anno intenso e bellissimo, ma ho voglia di cambiare un po'. Nel 2019 mi darò qualche obiettivo in meno dal punto di vista agonistico, e qualcuno in più sul fronte delle esperienze.
Sicuramente ridurrò il numero delle granfondo: 8 o 10 invece di 14. Niente gare in Liguria e un solo campionato invece di due: credo che mi iscriverò alla Coppa Lombardia, dopo tre anni di Coppa Piemonte, e a qualche gara sparsa, con Gavia-Mortirolo e magari La Fausto Coppi come prove "epiche", ammesso che con il lavoro tutto questo sia fattibile... E qui potremmo aprire un'altra lunga parentesi sulle tribolazioni del granfondista medio, che si deve arrabattare tra aspirazioni corsaiole e mercato del lavoro precario, incerto e incasinato.
In compenso sono tre le direzioni che voglio prendere al di là delle gare: esplorazione, viaggi e lunghe distanze.
Esplorazione perché ho una gravel bike che mi aspetta in garage e un sacco di strade,  sentieri e tratturi da scoprire. Tra boschi, colline, laghi e canali, di bei posti a due passi da casa c'è n'è a volontà. 
Viaggi, magari non su grandissime distanze, magari anche solo per un weekend o poco più, ma alla ricerca di paesaggi nuovi, di itinerari poco battuti, del silenzio e della pace tra boschi e campagne.
Lunghe distanze, una delle cose che negli ultimi due anni ho un po' tralasciato: ammesso e non concesso che il lavoro me ne lasci il tempo, vorrei tornare a fare le 10, 12 ore in sella, e provare magari ad avvicinarmi alle gare e agli eventi su kilometraggi maggiori rispetto alle granfondo.
Ovvio che tutto questo sarà documentato e raccontato sui social: su Instagram troverete le foto dei posti che scoprirò, su Strava le tracce dei giri, mentre su YouTube e su questo blog vi racconterò il tutto più nel dettaglio. 

Bella lì, dai, si preannuncia interessante questo 2019. Sono anche un po' impaziente, visto che sono ancora fermo, e a un mese e mezzo dall'incidente non sono ancora risalito in bici... La bella novità è che il polso era rotto. Non si vedeva dalla prima lastra, perché la frattura era piccola, ma adesso che l'osso s'è risaldato si vede eccome. Nel frattempo ho quasi sistemato la bici, l'assicurazione dovrebbe liquidarmi nei prossimi giorni i danni tecnici e attendo con ansia il medico legale per la perizia di quelli fisici e per poter tornare in bici. Ho già collezionato un gran faldone di carte e impegnative, e mi sono fatto un bel po' di esami e di ore in coda... Anche su queste peripezie burocratiche farò un video o qualcosa del genere, quando sarà tutto finito. Ci vorrà ancora un po', eh... Prossimi passi TAC e visita dell'ortopedico; mi sa che da qui all'anno nuovo l'unico sport a cui mi dedicherò sarà lo slalom tra i panettoni... 

martedì 11 dicembre 2018

Varese Van Vlaanderen, i nuovi percorsi


Ne ho parlato nel mio ultimo video, è stata una delle sorprese più belle della stagione ciclistica 2018, ed è un evento da non perdere: è la Varese Van Vlaanderen, il Fiandre Varesino, una randonnèe sulle strade che non ti aspetti tutta ispirata alle grandi classiche del Nord Europa, alla scoperta di paesaggi idilliaci, muri spaccagambe, paesini nascosti e impervi ciottolati.
La VVV è la randonnèe più partecipata della provincia di Varese, con 1400 finisher lo scorso anno: per il 2019 si rinnova, con un passaggio inedito e la possibilità di scegliere un percorso corto, da 55 km, alla portata di tutti, anche di chi ha pedalato poco in inverno, dato che si terrà il 7 aprile.
Il medio e il lungo restano invece impegnativi e soprattutto divertenti, praticamente senza un metro di pianura: 106 km, 1683 m D+ e 19 muur per il medio, 136 km, 2092 m D+ e ben 30 muur per il lungo. I percorsi e tutte le info le trovate sul sito della manifestazione, dategli un'occhiata e fateci un pensierino, vi assicuro che non resterete delusi. 

L'anno scorso la VVV l'ho affrontata nel pieno spirito rando: né forte né piano, ma sempre lontano. Quindi andatura allegra ma non esagerata, tante chiacchiere con Ale e Silvia che erano con me, qualche foto e tutto il tempo di guardarsi intorno. Un po' una novità per uno come me, fissato con tabelle, allenamenti e granfondo a tutta. Ecco forse è stato proprio il Fiandre Varesino a farmi venire voglia di cambiare un po', o meglio di aggiungere al mio modo competitivo di vivere la bici un approccio più rilassato, più tranquillo, più orientato all'esperienza che alla prestazione. È con questo mood che vi consiglio di vivere la VVV, non solo perché come in tutte le rando non c'è classifica, ma anche perché i muur (tipo quello terribile della foto qui sotto) si fanno sentire, e prendere sotto gamba il percorso non è affatto una buona idea... 


Già che ci sono aggiorno il bollettino medico, 38 giorni dopo l'incidente: polso ancora dolorante, tra tendinite e probabile microfrattura, quindi ancora niente bici, ma tante camminate...  Domani ecografia ed esito della seconda RX, nel frattempo è uscito il perito dell'assicurazione per la bici, quindi posso iniziare a sistemarla... Intanto cammino e penso a dove pedalerò l'anno prossimo...